Il colore Host

Seth Siro Anton — ballet figure 4
«[...] In realtà il disco è stato un autentico flop commerciale, molte delle colpe vanno destinate alla casa discografica che non ha saputo collocare l’opera nei circuiti adatti, tanto meno pubblicizzarla presso i giusti magazine, optando per una rieducazione del pubblico metal che non ha avuto gli effetti sperati.»Samuele Boschelli (Rocklab)
Dopo solo qualche ascolto, i plagi dei Depeche, inizialmente molesti, evidenti, particolarmente insistenti nella title-track (che pone fine), si rivelano per quello che in realtà sono. Citazioni profondamente interiorizzate, suoni, ritmi, perfino parole masticate una vita, e poi restituite, apparentemente solo con qualche squarcio di violino qua e là, qualche etto di cupezza anglosassone in più. Passeggiate misteriose, passaggiomaggi funzionali a ricreare quel sogno solenne, a dipingere quel particolare colore Host, ora gigantesco nella mia mente ma che non riesco a descrivere o a scorgere nella banalità. Ed è così che un disco prende a vivere alimentato da una malattia diversa, ad accompagnarti nelle strade, sulle nuvole, autonomamente, indipendentemente dallo stereo/lettorempitré, dalla tua volontà di contrastarlo.
  
 
   







AndreaP
Profumi antichi di tempi liceali ascoltando i Paradise Lost…
Ricercavo ardentemente gruppi che riuscissero a coniugare l’energia metal con la profondità del gothic rock, e i P.L. per un certo periodo rappresentarono il massimo per me: “gothic” fu un colpo al cuore, seguito da “icon” con la splendida copertina di Dave McKean.
Già in questi primi dischi si udivano i tentativi di mescolare sonorità ruvide alla metrica gotica alla Sisters, che poi sfoceranno nella vera rivoluzione di “one second”.
Purtroppo i gruppi che cavalcano, interiorizzano e rielaborano i generi tendono ad essere ostacolati dai gusti degli “appassionati”, che invece tendono per natura a fossilizzarsi nel gioco delle categorie.
I paradise lost erano avanti, mentre il pubblico metal è spesso poco sensibile al cambiamento.