La sofferenza
La sofferenza fa parte dell’essere.

È qualcosa che possiamo vivere nel privato del nostro essere e che non può essere condiviso. Nessuno può condividere il dolore. Si può manifestare empatia per una persona, si può essere presenti in momenti particolarmente tristi, ma se il dolore è vero allora è personale, individuale, inesprimibile e connaturato a se stessi.
Non è possibile esprimere pienamente il dolore, esteriorizzarlo. È facilissimo fingere di provare dolore, c’è addirittura gente che viene pagata per farlo e riesce ad essere convincete e coinvolgente. Il dolore è facilmente recitabile. Esistono movenze, gesti e un preciso tono di voce che sono patrimonio comune per identificare ciò che appare (deve apparire) come sofferenza. Basta partecipare ad un funerale per vedere persone falsamente tristi che sembrano afflitte come le persone veramente tristi. Anzi, è impossibile distinguere chi è veramente triste da chi sta soltanto recitando.
Non è un paradosso. Chi guarda una persona che ha perso un congiunto si aspetta certe reazioni, certi segni intellegibili della tristezza. Si aspetta la descrizione di ciò che una persona prova e tenta di immaginare il dolore partendo dalla sua esperienza personale. In un certo senso chi non è triste pretende un trampolino per poter interagire con la tristezza altrui. Non accetta reazioni distaccate o fredde, che magari possono nascondere un universo interiore ben più tormentato di chi si prodiga in pianti accorati e urla disperate, e cerca l’idea di quella che culturalmente vede come una delle auspicabili manifestazioni della sofferenza.
È per questo che quando ci si trova davanti al dolore vero, ipotizzabile ma mai pienamente confermabile, è da folli arroganti pretendere di condividerlo. Si può tentare di lenirlo, di assecondarlo di farlo sfogare. Condividerlo è impossibile perché il dolore fa parte dell’esperienza che ognuna delle persone che soffre ha avuto di ciò che la fa soffrire; sia essa una persona cara morta o gravemente malata, sia un amore finito o sia un insuccesso della vita.
  
 
   





thelondoner
“…Non accetta reazioni distaccate o fredde, che magari possono nascondere un universo interiore ben più tormentato di chi si prodiga in pianti accorati e urla disperate, e cerca l’idea di quella che culturalmente vede come una delle auspicabili manifestazioni della sofferenza…”. Dovremmo soprattutto rispettare il modo che ognuno ha di sfogare il dolore. E non additare di insensibilità chi magari non è naturalmente portato a mostrarlo, ma soffre forse più di chi ha la fortuna di riuscire ad esternarlo.
thelondoner’s last blog post..Per avvilirti
Mika
Due anni fa è morto un mio ex compagno di scuola, una settimana dopo andai al cimitero per portare dei fiori, davanti alla sua lapide c’era la sua ragazza, era seduta lì, con sguardo duro, triste, ma duro, guardava la sua lapide come per cercare una risposta, o magari solo per stare in silenzio. Sono andata via, silenziosamente, senza farmi scorgere, perché era il SUO dolore. Qualcosa nel quale io non avevo diritto ad intromettermi.
Mika’s last blog post..Water
Lupo Sordo
“È facilissimo fingere di provare dolore, c’è addirittura gente che viene pagata per farlo e riesce ad essere convincete e coinvolgente.”
Una volta al meridione, era comune trovare gente che piangeva sotto commissione ai funerali.
vique
“Si può tentare di lenirlo, di assecondarlo di farlo sfogare”.
anche questo purtroppo e’ difficile;vorresti fare qualunque cosa ma non puoi che sentirti impotente davanti al riservato dolore di una persona cara e e’ altro dolore;
crimson74
E’ già, il dolore è privato, assolutamente privato. Ognuno sa cosa prova, quando lo prova, e ognuno ha il suo modo di manifestarlo.
Alianorah
Recentemente un mio amico ha perso una persona cara. Mi sono sentita incapace di aiutarlo, pur sentendo molto il suo dolore, e gliel’ho detto. Mi ha risposto che aveva percepito pienamente la mia partecipazione, e gli era stata di aiuto. E non credo fossero solo parole. Anche se il dolore non si può condividere e come giustamente dici ognuno ha il suo personale modo di viverlo, certi sostegni, anche discreti e sfumati, possono far sentire meno solo chi attraversa un momento di lutto (qualsiasi tipo di lutto, non solo quello conseguente alla morte).
Pupazza
Beh, la sofferenza è imbarazzante, a livello sociale.
Specialmente nei paesi del nord, dove la privacy è una scusa per farsi i caxxi propri senza sensi di colpa.
Imbarazzante viverla ma ancor più imbarazzante coglierla negli occhi della persona che ti sta di fronte.
Io non credo che le persone si aspettino qualche cosa, attendono soltanto un imput per capire che strada prendere.
Se una persona si terrà rigorosamente in disparte, le persone (intelligenti) non approfondiranno. Se una persona ricercherà le persone, queste si faranno avanti.
Certo, nei loro modi. Perchè, come scrivi tu, il dolore è personale si, ma è anche sociale.
la pippa
A Simone
Bella,bellissima lettera,e io che sono in piena tempesta,mi sono un pò emozionata.