Perché fare soldi con l’arte quando si possono fare soldi direttamente fabbricando soldi?
Il Falsario di Stefan Ruzowitzky è l’ennesimo sopravvalutato film sui campi di concentramento, però qualcosa di nuovo la dice, la dice in modo diverso dalle solite megaproduzioni strapiene di dettagli (e talvolta, mi verrebbe da dire, di orpelli); la dice non dicendo (è un film fatto soprattutto di facce e di silenzi). Qui i personaggi sono spesso appena accennati e non si discostano molto dagli stereotipi del “genere”, ma forse non è necessariamente un difetto.
Acquista rilievo particolare il rapporto schiavo-aguzzino. Quest’ultimo, specie nelle fattezze del maggiore tedesco Berhard Kruger (che dà il nome all’operazione falsificatrice), sembra (ingannevolmente) assumere talvolta tratti umani, visto che per le loro performance particolari i detenuti saranno trattati relativamente bene: cibo, letti, feste, giochi.
Ma questi uomini vengono fatti sopravvivere solo in quanto (e fino a quando) sono in grado di falsificare denaro, aiutando i folli piani della Germania di Hitler. In pratica, i detenuti aiutano i carnefici contro i loro stessi interessi generali, per avere un regalino, un giorno di sopravvivenza in più, per sentirsi in qualche modo ancora utili, adoperati, quasi lusingati per le loro qualità. In particolar modo Sally, l’abilissimo falsario, sembra sprizzare cinismo, zigomi e indifferenza (con qualche momento di cedimento) nei confronti delle sorti degli altri ebrei. È possibile esultare per i progressi ottenuti su un “lavoro” che già sarebbe moralmente discutibile in una situazione diversa, o per un punto a ping pong, quando appena dietro la staccionata si verificano crudeli e assurde esecuzioni?
Questa contraddizione — che pervade buona parte del film ed è sapientemente sottolineata dal rapido alternarsi di chiari e scuri — esplode ovviamente a tratti in questa sorta di piccolo laboratorio di condannati a morte in vacanza, portando a continue tensioni e risse.
  

 
   







pagly
il titolo mi ha fatto molto riflettere. vado.