La boxe genera mostri

Cinema e serie TV,Random,Sport | defecAutore: | December 13th | 36 sostenitori di Mastella

Il pugilato, sebbene ancora leggermente demodé, è da sempre un tema piuttosto controverso. Nei film come nella vita. È ovviamente allucinante che sia ancora legale uno “sport” il cui scopo è, sostanzialmente, boxe femminile
denisgustavo — boxe
quello di assestare così tante mazzate al “compagnetto di giochi” (la componente omosessuale è evidente da tanti particolari) al punto d’impedirgli di concludere la gara sulle sue gambe. Probabilmente, la cosa non fa tanto scalpore innanzitutto per una sorta di razzismo serpeggiante: alla fine quel materiale cerebrale chiamato a fare da punching ball viene etichettato dal buonsenso comune come di seconda scelta, e quindi. Carne da macello esposta al pubblico ludibrio, senza raffinate e sinistrorse ipocrisie di carattere etico-sanitario. Inoltre, col tempo sono state inventate discipline sportive anche più cruente, come il lancio di elettrodomestici dal cavalcavia, i giappofessi che si prendono a neon-ate in testa e le risse in occasione delle megaofferte speciali di gingilli tecnologici alla moda negli ipermercati.

E la nobile (‘nzomma) arte torna in auge solo in caso appaia all’orizzonte qualche nuovo, croccante fenomeno da baraccone. Sì, gli invasati clown dalla pupilla omicida, i serial killer mancati capaci di scambiare il ring per un festoso earfood nel quale banchettare paccianamente con gli altrui lobi. Simili carismatiche figure purtroppo sembrano scarseggiare sempre più. Eppure è su queste, e non sul campione perfettino che non sgarra un allenamento, sulla checca bionica da laboratorio così attenta al peso forma e ai destini del suo seme che si edifica la storia e la fortuna di uno sport. Oppure l’interesse resuscita se è il cinema a scongelare qualche storia irripetibile, come quella del boxeur un po’ sfigato degli anni 30 fatto rivivere e rivincere abilmente da Russell Crowe e dai suoi potenti zigomi. Benché abusato e con angusti spazi di manovra (alla fine non è che sia possibile inventarsi chissaché, senza stomacare troppo con epica e retorica a badilate), è un tema che piace, che eccita anche trasversalmente le masse. Come dimostra il successo di Million Dollar Baby, l’avatar usato da bilioni di apparentemente tenere fanciulle nei forum di tutto il mondo, le iscrizioni in palestre presto abbandonate in un tripudio di cellulite e glutei la cui scarsa tonicità preoccupa sempre più gli analisti dell’ano.

La carica espressiva, catartica e proletaria del pugno, un tempo patrimonio iconografico del comunismo, è universalmente riconosciuta e riconoscibile. Il cazzotto verace, la mano anonima rabbiosamente ripiegata su se stessa, tesa a minacciare cieli o volti — sinonimo di povertà di mezzi e di slancio ideale, di ricchezza interiore — è un’immagine pop di prima grandezza capace di generare coinvolgimento emotivo rimanendo di pressante attualità. C’è sempre una grande crisi finanziaria, esistenziale o internazionale apparentemente insuperabile dalla quale uscire, infatti, combattendo dal basso l’impossibile Max Baer di turno. Che importa se l’Adriana toccata in sorte al Russell è più imbalsamata del solito. O se il muro di illogica malvagità da abbattere a sganassoni non è così cattivo come, con qualche forzatura, lo si dipinge (sembra che il buon Max, nonostante abbia lasciato stecchiti almeno un avversario e mezzo sul ring, non fosse così empio inside e una volta abbia addirittura aiutato una vecchina ad attraversare la strada… eppure la stampa del tempo lo dipingeva proprio come Ron Howard nel Cinderella Man recentemente trasmesso da Rai Uno, ed egli stesso, da attore, in pratica si calò nei panni del pugile sbruffone e cattivo che in parte era).

L’esibizione di carnazza ruspante nelle battaglie è a dir poco travolgente, uno spettacolo che non lascia dubbi. Così come sapiente è l’uso del sangue, fondamentale in un film del genere, a colorare il colorabile. Paradenti zompati, pavimenti abbandonati nelle periferie o, al contrario, resi abbacinanti da riflettori che di questi tempi sarebbero insostenibili per chiunque. Il sangue è complicità. È come se venissero abbattuti i principali steccati che separano lo spettatore panzone dall’animale pugile, e il regista convocasse i passivi in un’affascinante dimensione paraillegale, uno stanzino segreto pieno di sottintesi dove parecchie soluzioni sono ancora possibili. L’utente ha la sensazione di partecipare a qualcosa di sincero, impuro e primitivo, un rito appagante ma economo, e che soprattutto non lascia macchie sul salotto di casa.

Eppure il Crowe-Geigeibraddock, il mostro di virtuosismo che restituisce spavaldamente i sussidi statali appena baciato da qualche microgrammo di liberistica fortuna, appare talmente distante dai nostri riferimenti culturali spicci, dai giorgisiepi e dai bettini, dai loro immortali elettori (sono tra noi, in parte siamo noi) da lasciare insoddisfatti, apparendo troppo costruito, fastidiosamente irreale, quasi disumano. Un modello (involontariamente) caricaturale che Howard propone, in modo neanche tanto velato, come antidoto alle varie crisi (ma verso il quale sarebbe bizzarro, in un eccesso di ottimismo forse perfino pericoloso, tendere nel tentativo di deprimere un po’ meno se stessi, la società dei consumi e l’economia planetaria, suonato boxeur incapace di gironzolare per il ring sulle sue zampe, come fingeva una volta). Non semplicemente l’irreprensibile padre di un’altrettanto irreprensibile (chepalle) famiglia, il pugile infinito, il figlio generoso dell’Amerika dai grandi principi, dalle grandi strade e dai grandissimi vibratori.

                   

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