Sua madre era una rubizza e canuta signora, inesauribile, molto attenta alle altrui esigenze. Viveva in un alloggio minimo, separato. Aveva il suo mondo in basso e acquistava salumi nostrani, formaggiose forme e altre squisitezze che era solita stivare sopra o all’interno di un imponente e tenebroso megalite, principalmente allo scopo di regalare un sorriso ai commercianti truffaldini di passaggio. La sera amava radunarsi con le altre arzille vecchiette, attorno al braciere; si scambiavano piccoli doni e strani aneddoti, in lingue oramai intraducibili.

Suo marito invece era stato in Africa, impacchettato come sarto e riciclato come soldato, prigioniero, torturato e restituito a pezzettoni da rimontare solo nel ’47. Non so se nel frattempo abbia gasato qualcuno. Una volta tornato a casa, si diede da fare per raddoppiare il quantitativo (già ingente) di figli immessi spavaldamente in circolazione. Morì quando avevo tre anni, piegato da tutti i mali del mondo. Ho un breve ma preciso ricordo di quella giornata di attesa, appeso alla finestra.

Mia nonna era una persona normale, quasi invisibile: probabilmente non passerà alla storia per essere stata una grande artista, un’intellettuale o per le sue doti atletiche e, a essere sinceri, nemmeno per le sue qualità di cuoca (invero piuttosto ordinarie: amava però stazionare davanti al fornello, contemplandolocontrollandolo mattinate intere). Non parlava quasi mai, ma diffondeva messaggi, nel suo codice. Si accontentava di esprimersi tramite sorrisi (sornioni, quand’era il caso). Aveva però un grosso, grossissimo pregio. Tra milioni (miliardi?) di individui costantemente impegnati a prevaricare, falsificare, ostentare, urlare, inquinare ed esportare la democrazia in mille modi, mia nonna (sembra incredibile) non ha mai rotto il cazzo a nessuno. Mai. E di questi tempi non è affatto poco.