Amo i listoni. Ho passato interi pomeriggi nella mia vita aggrappato al lampadario, penzolando/rimirando il blu purissimo, profondissimo del divano e l’oziosa eternità dell’iperspazio, ma soprattutto compilandone di inutili, sterminati, straordinari, disperati. Non importa se quegli elenchi avessero lo scopo di catalogare pittoreschi giocattoli, brani musicali, discinti calciatori, pelose veline, nomi di personaggi della Bibbia pescati tra i più improbabili e cacofonici, beni di prima necessità o peni di lusso che avrei comunque acquistato con vincite al Totocalcio date quasi per inevitabili.

L’importante era elencare, compilare, eleggere. Dittatorialmente. Enumerare, dirimere, scegliere. Senza sosta.

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Molto spesso, nella blogosfera, nella vita, si mente a se stessi ma in modo particolare agli altri, considerati degli sconosciuti bisognosi di venir raggirati in continuazione (a fin di bene, sia chiaro). Ora, per esempio, secondo copione dovrei munirmi di molletta al naso e tracotanza regolamentare, e dichiarare che odio i meme con tutto me stesso, che, vacillando, riesco a stento a trattenere un misto di profondo disgusto, disapprovazione e raccapriccio mentre ne intravedo uno in lontananza, che li ritengo un segno di vacuità e profonda decadenza indecenza morale e cerebrale.

Ma a che prot?

Io in realtà — qualsiasi cosa abbia dichiarato in precedenza — li amo alla follia, come tutti, ne sono quasi inebriato in quanto soddisfano il bisogno ossessivo-primitivo dell’essere umano di compilare listoni, rispondendo a domande banali solo in apparenza, ma in realtà dotate di molteplici retrogusti alati, ed evadendo labirintici sondaggi e sondaggioni di ogni tipo.

Di escludere gente dalle varie case o isole per antipatia, o per il semplice piacere (un po’ nazista, diciamocelo) di farlo.

Effettuare piccole scelte, insomma, è un po’ come fare shopping compulsivo per i negoziacci della Tuscolana, senza il rischio di dilapidare effettivamente somme di danaro in cambio di stracci in pseudosaldo dalla dubbia utilità; è come trovarsi davanti al signor illustrissimo esimio commendatore distributore di coni gelato: il piacere non sta tanto (o solamente) nel degustare l’illibato alimento, quanto nel potere, nel rito, nell’atto istesso della scelta al rallentatore tra il rosso abbacinante quasi erotico dei frutti di bosco e l’abbraccio blu del gusto puffo.

Ecco perché i meme (e i listoni, e i sondaggi) hanno successo. Il fatto che aiutino a scalare classifiche divenute oramai sempre più ostiche è un qualcosa che è venuto solo in un secondo momento, si è trattato semplicemente di fotografare l’esistente da parte degli uccellodetentori del tecnopotere fallocratico.