È un po’ che l’amato Renato sbraita più del solito per ottenere quell’attenzione in grado di fargli dimenticare per qualche ora la sua triste condizione, quindi negargli un post sarebbe a dir poco anticostituzionale.

Si pensi che l’altra sera a Controcampo una timida semibattuta di Mughini (!) sul ministro in questione ha generato momenti di autentico gelo siberiano in studio Renato Brunetta(immagino che verrà epurato già dalla prossima puntata, come la topa che ha fatto sgusciare via dal vestito il capezzolo malandrino).

Leonardo (il blogger) dice giustamente che l’uscita in cui urlava al golpe, approfittando del momento di tregua per la morte dei sei soldati italiani, ha un suo perché.

(In sostanza, inaugurare l’abuso di questo termine che presto verrà tuonato a media unificati per fare pressing su Napolitano e obbligarlo a sciogliere immediatamente nell’acido le camere in caso di nefasto evento).

Quello che mi ha colpito però è il video parcheggiato più in basso. È vero che non dice nulla di particolarmente nuovo, ma i toni utilizzati, da vero moderato, non lasciano indifferenti.

Come ho scritto su facebook (ebbene sì, tra un biscotto della fortuna e la relativa salsiccia ogni tanto qualcuno osa cercare il dialogo) l’aspetto più triste è che purtroppo le masse sono d’accordo con le stronzate dette da Brunetta.

La cultura viene percepita come un costo inutile, un lusso, una tassa da tagliare, come l’ICI (poi sicuramente ci sono degli sprechi e vengono finanziati gli amici degli amici dei conoscenti ecc., tutta gente che andrebbe abbattuta da Afrodite A a tettate, per carità).

È vero che l’arte è qualcosa di sfuggente e difficilmente definibile, ma è altrettanto innegabile che la critica esiste apposta (vi sorge mai l’insano dubbio che le robe che si studiano sui manuali di storia dell’arte o della musica di tutto il mondo non siano solo stronzate comuniste?). E ci sono dei punti fermi (parecchi) che nessun individuo di buon senso dovrebbe mettere in discussione.

Utilizzare l’inafferrabilità dell’arte e il de gustibus per mettere tutto nello stesso calderone (Michelangelo, De Chirico e Schifano con il pensionato col pallino per la pittura) o pensare che il patrimonio artistico e culturale di una nazione come l’Italia possa essere rimesso interamente al mercato e non venire tutelato e promosso adeguatamente è pura, masochistica follia.

(Anche dal punto di vista economico, alla lunga, se è solo quello che vi preme… l’Italia non è che sia rinomata nel mondo per le sue grandi industrie e i suoi giacimenti di petrolio…).

“Eh, ma a me la musica classica o la lirica, o l’arte moderna, il cinema di Antonioni, Fellini, Pasolini e discendenti fanno cagare, non me ne frega nulla di finanziarli”.

(Purtroppo non è infrequente sentire stronzate intergalattiche di questo tipo). È evidente che i gusti non dovrebbero entrare in gioco, perlomeno in modo così pesante, a certi livelli servirebbero decisioni equilibrate e ponderate.

È davvero dilettantistico che dei ministri non abbiano una visione un po’ meno angusta e poco imparziale, che usino come criterio e punto di riferimento le loro preferenze personali del cazzo.

Se in America Fellini è un Dio, se Gomorra e Il Divo vincono a Cannes e agli European Film Awards, se vengono dalla Corea del Sud in massa a studiare lirica in Italia, magari qualcosa vorrà dire? Tutti stupidi, mentre Brunetta e Bondi hanno capito tutto?

Intendiamoci, non tutte le forme di arte o di cultura andrebbero finanziate (almeno allo stesso modo, con gli stessi criteri).

Suonare rock o musica classica sono cose profondamente differenti: il primo richiede un impegno più limitato, puoi farlo come hobby, mentre è ovvio che se ti spari dieci ore di violino al giorno dalla culla in poi (perché devi mantenerti su quei livelli, ampliare il repertorio, perfezionarti, provare i pezzi con gli altri, ecc.) quella DEVE diventare la tua professione, c’è poco da fare.

Rimettersi al mercato vuol dire, inevitabilmente, avere teatri che chiudono, biglietti a prezzi da nababbi e gente che abbandona molto presto i conservatori e continua a suonare il violino (forse) per hobby, perché dovrà fare altro per vivere.

Quindi qualità che si inabissa con conseguente perdita del già esiguo pubblico e minori possibilità di generare interesse verso un “prodotto” di scarsa fattura.

Con questo non voglio dire che il rock non vada incentivato, per esempio creando spazi dove i ggiovani possano misurare le loro chitarre e i loro peni, ecc. È evidente però che il mercato sia attualmente molto interessato al rock (che quindi è in grado di camminare sufficientemente bene con le sue gambe) e un petogrammo in meno alla musica classica.

È ovvio che in una situazione ideale (parlo di mondo capitalistico, non di fiabe, ov courz) il mercato finanzierebbe generosamente i musei, i teatri, la classica, l’arte, ecc. Il problema è che questo mondo ideale è molto diverso da quello reale, italiano, attuale.

Come accennato in questo post, la colpa è della scuola che a mio avviso non fa molto per aiutare le persone a capire, ad avvicinarsi e a estusiasmarsi a Bene, Fellini, Rossellini, Verdi, Puccini, ecc. e quando poi provano da “autodidatte”, ammesso che lo facciano, si trovano davanti un muro. (E quindi per forza poi non c’è mercato per certe cose…).

Un tale diceva che la cultura ha un costo, ma l’incultura ne ha uno più elevato.