Ragazzine inspiegabili fatte con lo stampino. Indaffarate in attività apparentemente illogiche. Comunque prive di qualsiasi surreale utilità. O alle prese con pietanze che nemmeno Bear Grylls oserebbe assaggiare (anzi, sarebbe lui con tutta probabilità a venire fagocitato in eurovisione). Fanciulle in gabbia, sfinite, costrette. Umiliate, ferite gravemente, morte di noia. Si agitano in ambienti malsani, in ogni caso lontanissimi dall’igiene abbacinante dei nostri spot. Donnine minime, senza ali, sicure di sé ma sempre sul punto di spezzarsi, prive di ogni consumistico slancio vitale, della straripante e ottimistica atleticità garantita dai moderni assorbenti ultrareclamizzati. Perse dentro labirinti collocati in continenti segreti dove incontrano strani animali, o i loro improbabili organi vitali che passeggiano di lì per caso. Esserini anonimi, implumi, indecifrabili e dalle esigenze imprecisate. Troppo crudeli, o troppo fragili. Certamente non in grado di accendere un mutuo, o anche solo un cero a Padre Pio che faccia un po’ di luce agli angoli di queste strade malfamate, sui contorni sempre più ingarbugliati di queste strane vicende. Individui bendati mascherati sottoposti ad atroci punizioni corporali che nel nostro universo farebbero strepitare all’unisono tutte le associazioni cacacazzi disponibili e incrosterebbero in pianta stabile gli angolini più morbosi dei plastici e dei telegiornali. Onirico, grottesco, raccapricciante: Fuco Ueda. È lui che ha dichiaratamente ispirato le atmosfere e le gesta poco raccomandabili del videogioco The Path, scherzato da tutti.