Servio Tullio big

Nei poemi di Omero la guerra ha un carattere fortemente ero(t)ico, aristocratico e individualistico. Sfoggiare un pene più grosso di tutti gli altri ricconi messi assieme, insomma, poteva avere la sua importanza, non nascondiamocelo. Di ciò si trovano effettive corrispondenze nella storia della tecnica militare delle città antiche, in Grecia e a Roma. Anche l’aspetto economico non è da sottovalutare, in quanto l’armamentario tipo richiedeva una quantità impressionante di metallo, oltre alla disponibilità di carri ed equini iperdotati in grado di mettere in fuga perfino pornoattrici olandesi dalla bocca larga, pertanto erano in pochi a poterselo permettere.

Man mano che le risorse disponibili cominciarono a crescere, il numero dei tamarri in grado di accaparrarsi un’armatura completa andò crescendo smisuratamente. Nella Roma antica, a partire dai re etruschi, e in particolare da quel babbeo di Servio Tullio, la guerra, da privilegio dei patrizi, divenne prerogativa esclusiva dei cittadini. L’organico dell’esercito, infatti, veniva formato a partire dal sistema delle tre tribù di Romolo e dalle curie (organismi popolani con una precisa sede di riunione e collegati a una specifica dimensione territoriale), sotto l’influenza delle gentes.

L’opera di “democratizzazione” della guerra compiuta dal presunto Mastarna, se ci pensate, nasconde in sé i germi dell’orribile involuzione bushfondaia del conflitto. Il permettere, cioè, a qualsiasi inutile plebeo del cazzo ai margini della società di abbandonare per un attimo la sua sfigata condizione peto-esistenziale per cercare la propria realizzazione personale in squallide operazioni di macelleria e saccheggio; l’incentivarlo a rincorrere squarci di effimera gloria personale a discapito di ingenui sconosciuti spacciati per malvagi fondamentalisti da affettare senza riguardi, irritando peraltro in tutto ciò i patrizi.

Servio Tullio, dopo aver eretto una serie di templi dalla dubbia moralità, fu giustamente soppresso da una spettacolosa combo del magico duo Tarquinio il Superbo-Tullia minore (sua figlia, in pratica… per la serie “vatti a fidare dei parenti“). Il primo lo scaraventò con disprezzo giù dalle scale della Curia, mentre la seconda lo finì, arrotandolo allegramente col suo carro di cavalli dal cazzo grosso.