Mark Jenkins è un trentasettenne, un artista, ma direi anche e soprattutto un uomo un uomo un uomo forse un po’ più grande di altri che ha saputo creare, circondarsi di altri uomini, come lui. Ma di scotch. Mark Jenkins è difatti considerato un maestro della tape art, uno che, schifato dai rifiuti che trovava quotidianamente, costantemente lungo il cammino, ha deciso di produrne altri, ma che avessero le fattezze di manichini, spazzini, acrobati che spuntano dai tombini, paperelle, giraffe metropolitane, ciccioni antigravitazionali o semplici passanti intenti soprattutto a ficcare con convinzione la testa nei muri.

Questo concetto dell’uomo cittadino che vaga (un po’ precario) circondato dalle sue preoccupazioni invisibili, il suo mutuo da pagare, e al quale non è rimasta altra possibilità, altra strada che infilare un po’ sovrappensiero la testa nel muro per vedere che succede, o forse per non vedere più, tra gli sguardi indaffarati o altrimenti, indifferenti, un po’ sorpresi in un mondo momentaneamente fermo in apnea, annoiato in attesa ad aspettare che costui ritragga la testa, o che la perda, o che succeda, insomma, qualcosa.