Carnage è uno di quei film nei quali i non molti protagonisti litigano asfitticamente e sono tutto il tempo in preda a crisi isteriche esageratissime – per noi comuni nerd ultrarilassati che sorseggiamo tisane rilassanti catatonicamente inchiodati davanti al PC – coinvolti in una sorta di seduta psicanalitica permanente nella quale nessuno vince e tantomeno convince, ma a perdere è, come spesso capita, la borghesia, con i suoi risibili valori posticci e inaccettabili. Gli attori recitano strabene (e come potrebbe essere diversamente, cast stellare ecc.), però tutto sembra leggermente forzato, sarà che le liti mi annoiano nella vita reale e nei talk show, ma dopo l’inizio piuttosto sfolgorante a disquisire sul pianerottolo delle sorti del povero e indifeso criceto immesso kafkianamente su un marciapiede alieno da un John C. Reilly più grande e meno intelligente di lui, devo ammetterlo, un po’ ho perso interesse.

L’opera è di ottimo livello, intendiamoci, avercene, del resto è Polanski, mica Teomondo Coso, tipo uno dei miei registi favoriti, e anche Yasmina Reza, ne sono sicuro, a teatro saprà il fatto suo. Ma alla fine, in una stanza in cui quattro tizi invasatissimi si vomitano addosso di tutto scriteriatamente, massacrando cataloghi di pittori incolpevoli e giustiziando costosetti status symbol altrui per futili motivi, si stenta perfino a cogliere quelle piccole e sagaci sfumature concepite per esaltare e dare spessore inarrivabile all’insieme. A seguire con attenzione la perversa logica che sorregge le improbabili ed effimere alleanze trasversali. A farsi rapire, estasiati, dalle sottili motivazioni e dai tentativi di rivalsa che si nascondono dietro agli illuminanti squarci di becero sessismo, ai piccoli e stolidi egoismi, ai vergognosi terzomondismi di facciata. A sfoderare un amaro sorriso per l’ennesima, brillante, cinica battuta architettata col preciso scopo di mostrare quanto le convenzioni sociali siano definitivamente andate a puttane denudando la primitiva ipocrisia dei bipedi afflitti da un insanabile malessere, metafora di quel conflitto sociale postmoderno che oramai machecazzostoaddì?