Le regole della casa del sidro era uno di quei libri che ti arrivavano a casa senza volerli, del Club degli editori o come si chiamava, una via di mezzo tra i Testimoni di Geova e l’Amway, ma più fastidiosi. Comunque a un certo punto ‘sti maledetti libri a casa ce li hai, e che fai, non li leggi? Alla fine non era poi neanche tanto male, un mattonone grosso per passarci l’estate sorseggiando del buon Martini tenuto in frigo. Homer viveva nell’orfanotrofio, poverino, scherzato da tutti, e allora John Irving racconta tutte le disavventure di questo ragazzo che cercavano di dargli una famiglia, ma niente, erano tutte sciagurate o succedeva qualcosa di ingiusto, di improbabile. Il Maine, gli anni Trenta, il microcosmo dell’orfanotrofio è piacevolmente ricostruito con tutti gli psicopatici e l’umanità più variopinta e ignorante che cercava di sbarazzarsi degli indesiderati (“caga o scendi dal pitale”, non so perché ma mi è rimasta impressa questa frase, non ricordo chi la pronunciasse e perché, ma secondo me rende l’idea di quel tipo di società e dei rapporti umani sbrigativi); con questo dottore mistico e sbarazzino intento per la maggior parte del tempo a drogarsi per dimenticare tutti gli aborti che era tenuto a fare, la vita che era tenuto a non vivere; Homer che crescendo e trasformandosi in tappezzeria del luogo, e poi ribellandosi come ogni adolescente al controllo del suo creatore, ogni tanto riusciva a rimediare qualcosa, un pompino da Melony/Melody (avevano sbagliato il nome all’anagrafe), un ciuffo di peli pubici della donna amata venuta ad abortire custodito maniacalmente nel portafoglio, nel film si tratta nientepopodimeno che di Charlize Theron, e poi se la bomba, insomma, non male per un orfano, dai. Sicuramente il romanzo deve contenere qualche morale sempliciotta sull’aborto, tipo non è che sia bellissimo però ci può stare, meglio che mettere al mondo un altro rozzo spiantato che nessuno vuole, le regole (della casa del sidro e non solo) non possono venire imposte asetticamente dall’esterno ma uno ci deve vivere dentro, sbatterci il muso per capire; ma rimane impressa soprattutto la vivida epopea un po’ copperfieldiana di questo ragazzo serio e di poche parole che nasce, cresce, va a fare il sidro in campagna acquistando abilità e conoscenze inaspettate e alla fine torna, chiudendo il ciclo, per rimpiazzare il dottore eteromane che l’aveva plasmato. Ovviamente il film, checché se ne dica, non rende minimamente l’idea, non che sia brutto, anzi, Michael Cain dà quel che può, sennò del resto non l’avrebbero premiato, ma come sempre accade risulta insopportabilmente superficiale e diverso, in così poco tempo è impossibile comprimere l’odore di quelle piantagioni e dei corridoi dell’orfanotrofio popolati da infermiere, ricreare il sudore delle scopate cornificanti del saggio e compassato Homer nella stalla alla faccia del tizio che era andato a combattere per la patria, descrivere il sapore del vomito lanciato sul mondo dal negro salito per la prima volta sulla ruota panoramica, e tutte le storie e i colori sapientemente cacciati fuori da Irving.