A-Team fa parte di quel nutrito drappello di telefilm che non mi sono mai minimamente cacato in gioventù, e che tuttavia erano così popolari e di culto da non poter essere ignorati totalmente. Almeno il trionfante motivetto, il faccione bisteccoso sorridente di George Peppard col sigaro, la sua battuta più famosa, Mr. T e qualcos’altro erano da sapere, sennò eri un emarginato (e difatti ero un emarginato). Recuperare il tempo perduto proprio dal film recente che avrà fatto inorridire i fedelissimi non c’è manco bisogno di andare a pescare i commenti mi sembra il modo più tortuoso, e purtuttavia adoro i piani ben riuscit… no, stavamo dicendo? A me Liam Neeson pareva una personona seria, un attore posato, ormai impegnato, anche nel sociale, mai avrei immaginato di trovarlo impelagato in questo tipo di operazioni. Mr. T è chiaramente irrimpiazzabile, non c’è bisogno nemmeno di spiegare il perché, ma qualcuno doveva (proprio?) farlo. Sberla e l’altro che mi scordo sempre come si chiama invece mi sembrano venuti bene, anche se troppo monotonamente calati nelle rispettive parti di sciupafemmine solare e un po’ pazo e membro del team con le rotelle ancora più fuori posto degli altri intento a bisticciare permanentemente (yawn) con l’offeso Baracus. Con Jessica Biel il cinema ancora una volta risponde alle numerose accuse di sessimo, rambizzando improbabilmente l’ennesima gnocca.

In origine avevo pensato di copincollare in questo articolo quanto da me sentenziato di recente a proposito dei film d’azione, in media sempre più baroccamente desiderosi di stupire aggiungendo pericolosamente tamarrate su tamarrate. Se al principio l’idea poteva essere stilisticamente originale ed efficace, è ovvio che alla lunga o raggiungi la perfezione assoluta nell’inventarti e realizzare in modo sublime scene assurdissime, esageratissime, o lo spettatore si annoia a morte, come al settantacinquesimo album dei Dream Theater nel quale John Petrucci cerca di ridimostrare di essere il chitarrista più veloce del West, suonando tutte le semibiscrome del mondo contemporaneamente insieme al tastierista coi capelli (pochi) un po’ così che fa altrettanto. Alla fine comunque A-Team nel suo disimpegno cosmico è abbastanza godibile, la scena nella quale Sharlto viene liberato resta impressa (ecco un ottimo esempio di spacconata inverosimile sostenibile).

Qualcuno ci ha visto un ritorno alle radici della serie, l’esaltazione dell’anarchia più positivamente caciarona in lotta contro l’ingiustizia più malvagia e con scarso senso dell’umorismo rappresentata dai sordidi disegni della CIA e dell’estabilishment, però secondo me se questi si vanno a cacciare nei guai a quei livelli per recuperare delle matrici di banconote in piena era bitcoin, PayPal, ecc. beh… (Sì, lo so, non vuol dire niente, ma come pretesto andrebbe bene a stento per una puntata non troppo ispirata di una stagione TV, senti, non ce la faccio più, ho finito le idee, che ci mettiamo qui, mah, famo le matrici delle banconote, via, per giustificare due ore di bordello inenarrabile di film costato milionate di dollari uno si aspetta uno spunto un po’ più fresco, solido e vivace).