Sì. Ovviamente hanno ragione il Guardian, Rivista Undici, ecc. Come probabilmente un po’ tutte le produzioni del genere (quelle esistenti e quelle dalle quali probabilmente verremo sommersi fino al collo nei decenni a venire, e che già immagino indistintamente tutte, appunto, all’insegna del «Wow, sono dentro, wow, quanto sfarzo e quanta efficiente modernità») non si tratta di un documentario vero, nel senso di schietto, giornalisticamente onesto, genuino. Ma più che altro di uno sgargiante spottone pubblicitario, di un racconto ingessato, pilotato, a ben guardare non certo privo di lacune nella ricostruzione degli eventi, orientato a soddisfare i biechi e consumistici bisogni del fruitore medio di calcio moderno. Cioè solitamente di un orrendo, unto e grassoccio essere spesso pieno di soldi felice di farsi spennare sborsando cifre da capogiro per abbonamenti allo stadio, pay TV, merchandising e paccottiglia varia. Uno di quelli che (almeno in Italia) sui social vedi tutti intenti ad accapigliarsi per settimane con degli sconosciuti sugli arbitraggi, facendosi il sangue amaro, appuntandosi tutti i presunti favori arbitrali ottenuti dalle squadre avversarie dai tempi delle guerre puniche per poterli poi snocciolare a mo’ di rosario, ecc. Apparentemente normali padri di famiglia, pacati vicini di Facebook che vivono male e si trasformano in inguardabili teppisti virtuali pronti a sfracellarti tutti insieme le gonadi con la molesta e ingombrante banalità del loro modo di essere.

Sì, il documentario ci mostra gente apparentemente comune e semplice, molti vecchietti sdentati, molte donne, famiglie sorridenti, bei bambini rubizzi, col sottotesto «Vedete che i maldicenti hanno torto e il calcio, sport del quale siamo avviati inesorabilmente a diventare la più fulgida incarnazione contemporanea nonché la stella polare, è ancora la faccenda nazionalpopolare, coinvolgente e ruspante di una volta accessibile a tutti?». Ma la realtà è che il vecchietto indifeso o ha fatto i soldi in qualche modo in una vita precedente o per provare ancora una volta la sensazione inebriante di far parte della sua tribù preferita ha dovuto rinunciare a rifarsi le otturazioni.

Va bene. Non sarò certo io (come si sa ormai alfiere del neolibberismo più malvagio e con scappellamento come se fosse antani) ad appoggiare i pipponi di anticapitalisti e nostalgici. Anche se chiaramente è innegabile il fascino romantico e ormai perduto del calcio di una volta (così lontano dall’ostentata perfezione logistica, dall’opulenza delle strutture, dai continui e affettati festeggiamenti e fuochi d’artificio che si vedono qui). Se il difetto di Grand Prix Driver, affrontato recentemente, era la forzata brevità, qui siamo all’opposto. Manca completamente ogni idea di sintesi, è un’indigestione di gol, di esultanze, di discorsi motivazionali. La rete del 5-0 di routine contro la piccola di turno, con il City a tremila punti di vantaggio sulla seconda, viene stucchevolmente celebrata come manco Rivera in Italia-Germania 4-3. Chiaramente questo amplifica quella diffusa sensazione di posticcio.

Volendo, non è neanche la stagione ideale da raccontare. Restando in ambito Premier, il miracolo del Leicester di due anni prima o la lotta punto a punto col Liverpool dello stesso City la stagione successiva sono o sarebbero stati soggetti cinematograficamente di gran lunga più interessanti. Ma ovviamente gli accordi per la realizzazione di un progetto del genere si prendono prima, e poi questo è l’anno dei record nel quale si è manifestata per la prima volta in tutta la sua potenza la migliore squadra di sempre, quello che segna il definitivo sorpasso cittadino sullo United, ecc. Certo, lo so. Stavo solo cercando di spiegare perché già verso il quinto, sesto episodio, pur da fissato col pallone e tutto, ho cominciato a sbadiglicchiare un po’. Poi per carità, chiaramente è sempre un piacere rivedere belle immagini di calcio montate bene, traiettorie impercettibili e codici di geometria esistenziale che finiscono non si sa bene come sempre all’incrocio, fenomeni al galoppo, spallate virili “al rallenty” in multicolor, legamenti che esplodono pirotecnicamente.

Sto per finire lo spazio che mi sono gentilmente autoconcesso, quindi per sapere quanto sono belle le vedute dall’alto dello stadio, come sono toccanti i momenti che mettono al centro le (poche) vicende umane più interessanti – la prole di David Silva, Agüero che non può trombare la maggior parte del tempo perché intelligentemente il resto della famiglia sta in Argentina, ecc. – leggete Rivista Undici o il Guardian. Volevo solo dire che c’è un’altra chiave di lettura che è possibile dare all’opera, oltre a quella del documentario per forza di cose fazioso e incompleto che amplifica i 5-0 contro lo Stokazz Town e fa scivolare via in un battibaleno la débâcle in Champions; che mostra un lato manageriale un po’ tutto rose e fiori, troppo umano e affabile e quasi per nulla venale, quindi poco credibile; che diplomaticamente censura i casini col solito Mourinho trolleggiante e i mal di pancia di Yaya Touré, il quale di lì a poco sfanculerà l’ex allenatore arrivando a dipingerlo come un Eranio qualunque, uno che vuole apparire illuminato e tutto ma segretamente è convinto che schierare troppi neri insieme non vada bene, è gente irrazionale e chissà cosa potrebbe combinare (ovviamente credo che Touré sia solo l’ennesimo grande giocatore a fine carriera che non riesce ad accettare il proprio declino, oggettivo visto che non mi risulta abbia fatto sfracelli una volta lasciato il City; umanamente comprensibile, dato che in pochissimo è passato dall’essere l’iddio indiscusso del centrocampo, uno che addirittura ha segnato venti gol, nel suo ruolo, in una stagione di Premier, a riserva lasciata ad ammuffire in panchina e praticamente mai schierata dall’inizio in campionato).

Dicevo. All or Nothing può essere visto come un film su Guardiola, la storia (cinematograficamente un po’ prolissa, va bene) di un uomo al top della sua maturità professionale e artistica, insomma, e mi sembra anche la cosa più logica. A me lui ha sempre dato l’impressione di persona per natura piuttosto tranquilla, razionale, posata. I continui fuck, i guys, il suo mettersi a zompettare come un deficiente sul tavolo, il suo urlare le disposizioni tattiche alla lavagnetta (quanto sarebbe stato interessante se il documentario fosse stato incentrato sull’analisi tecnica delle partite, ma ovviamente sarebbe uscita una roba invendibile) per essere certo che i giocatori recepiscano, il suo atteggiarsi a padre, fratello maggiore e amico comprensivo, il suo non stare mai fermo, arrivando a inscenare crisi isteriche per le decisioni arbitrali più sgradite. Insomma, Guardiola non è nato per fare l’attore, e secondo me un osservatore attento dovrebbe notarlo, recitare non è una cosa che gli venga naturale, nel mondo del calcio ci sono personaggi senz’altro più istintivi, più portati e convincenti. Ma è una persona estremamente intelligente e dotata di capacità di adattamento all’ambiente non comuni spinta dalla sua razionalità (oltre che ovviamente dal suo ego) a voler strafare su quel versante. All or Nothing alla fine ci mostra anche e soprattutto questo. Guardiola (io lo amo) è un uomo che il successo calcistico deve aver trasformato profondamente. Fingersi qualcuno che probabilmente non si è, fare tutte quelle buffe cose lì, proprio in quel preciso modo, che è con tutta evidenza il miglior possibile per ottenere i risultati prefissati o ci si avvicina molto, ogni giorno che iddio ha mandato dev’essere davvero una faticaccia terribile. In altre parole, mi impressiona tremendamente ciò che costui si è dovuto inventare (perfezionando negli anni i meccanismi, con un lavoro psicologico su se stesso che ha dell’incredibile) per mandare avanti la sua perculiare e personale baracca. All or Nothing: Manchester City quindi merita soprattutto in quanto ha la fortuna di trovarsi in regalo un personaggione del genere e le strampalate vicende umane che devono averlo portato a diventare tutto ciò che ora, innegabilmente, è.