Per fare una commedia riuscita sui problemi sentimentali degli adolescenti, cosa che in un mondo ideale andrebbe proprio vietata dalla legge, devi essere un genio. Oppure. Love at First Hiccup è addirittura un remake, di un film danese del ’99 che qualcuno evidentemente ha ritenuto così meritevole da dover assolutamente essere riproposto al mondo, roba da capogiro. Dopo meno di un quarto d’ora il ragazzino sfortunato con l’acconciatura un po’ alla Adam Rich de La famiglia Bradford, ma con un tocco vagamente emo, già, didascalicamente, singhiozza e viene baciato dalla bella (ah, no, era l’imprevedibile stratagemma del sogno). Inutile dire che l’immancabile idolo della scuola tamarro col macchinone che doveva esserci per contratto si è palesato nei primissimi minuti. Intorno al 20′ il perdente (di successo, come poi vedremo) dà vita a una gag esaltante: nel bagno della scuola, mentre in equilibrio sulla tazza del cesso spia una conversazione tra il bullo e una delle compagne più avvenenti e meno vestite, resta impigliato con la cintura nella maniglia. Livelli particolarmente alti, insomma. Intorno alla mezz’ora il bellimbusto fisicato prova a uscire il pesce al cospetto della Beatrice, che non pare troppo convinta, e il loser, che li sta stalkerando, con tanto di scala per arrivare alla finestra, si mette in mezzo, andando a suonare ripetutamente al campanello di casa stile testimone di Geova, con pretesti vari. Quando pare che lei stia per cedere, arrivano i suoi genitori: il Taricone va ad aprire, pensando a una nuova sortita dell’imbranato, sclerando e rimediando una brutta figura. Missione compiuta, illibatezza dell’amata (momentaneamente) preservata.

Verso il 45′ l’impacciato sta per fare clamorosamente centro (è ovvio che la bellona si sciolga di fronte all’imbranataggine molesta di uno che si autoinvita alla sua festa portando per errore un ragnaccio in regalo, come dubitarne), ma il parentado impiccione è ancora in agguato. Nella scena successiva il tanghero col macchinone viene comunque congedato tra le polemiche, i due piccioncini ripartono felici sul catorcio di lui (che ha problemi di accensione, ma non c’è bisogno di portarlo dal meccanico, la bella dà un bacino al volante risanando istantaneamente la bua). Altri soli dieci minuti e già si pone lo scottante tema dei profilattici (scena clou del film con lui che va a comprarli ma è troppo timido, via con gli equivoci, intervento del fratellino peperino, risate a crepapelle assicurate). 65′: genitori sistemati, siamo al dunque, il ragno finito tra le lenzuola contribuisce a creare l’atmosfera giusta, perfino i problemi tecnici con i goldoni vengono brillantemente risolti ma… Indovinate. Grande ritorno dei genitori. Sta filando tutto troppo liscio, è ovvio che l’amore tra i due a questo punto vada, sia pure brevemente, rimesso in discussione dalla malvagità imperante nella nostra società, intrisa di invidia e maldicenza. Il tamarro belloccio non si è ancora arreso ma architetta un losco piano per gettare zizzania (non entro nei particolari, livelli sempre eccelsi, sia chiaro). Il goffo nerd sta per correre dall’amata con le prove del raggiro subito (un CD, che si disintegra nell’impatto) ma non sa portare il vespino che si è fatto prestare e finisce all’ospedale. Ma una copia esistente del supporto ottico inchioda il bullo, sbeffeggiato dall’intera comunità, riunendo romanticamente la coppia. Morale della favola: il masterizzatore vince sempre sull’invidia e sull’odio.