Di solito i film hanno come protagonisti i giovani, ed è facilmente intuibile il perché. I giovani sono belli. I vecchi invece sono brutti, e orrendamente raggrinziti. I giovani sono dinamici, solari, un po’ pazzi. La vita dei vecchi al contrario si svolge prevalentemente all’interno di poderosi appartamenti certosinamente allestiti dal cinema radical chic. I giovani fanno cose interessanti e rischiano di spaccarsi la testa in continuazione, questo appassiona il pubblico, che ha bisogno di essere ininterrottamente stimolato, non importa la qualità dello stimolo. I vecchi sono lenti, danno enorme risalto a cose che per il resto del mondo sono poco rilevanti, tipo i manifesti funebri, o andare a comprare le fragole al mercato (il viaggio più impervio che ormai le loro forze gli concedono… ma poi perché comprano le fragole se il gelato lo mangiano esclusivamente al limone? boh, misteri destinati a rimanere irrisolti). I vecchi discutono di queste cose tra di loro, finché a uno dei vecchi non succede qualcosa, cede il femore, scoppia la prostata, parte definitivamente la capoccia, e allora, se i vecchi erano solo due, il vecchio semisano resta da solo a discutere e a ossessionare se stesso. I vecchi si amano, o fingono bene, e l’amore non è solo quello stilnovistico un po’ vacuo che abbiamo appreso sui banchi di scuola, ma anche tutto un percorso dark fatto di piccoli momenti, sguardi assenti, tragedia e sofferenza (anche il calcio è principalmente sofferenza, insegnava Cesare Maldini, ma l’amore evidentemente di più); è questo che il film vuole dirci con forza, insieme al suo essere il miglior spot di sempre per l’Associazione Luca Coscioni. I vecchi non hanno nulla da fare tutto il giorno, per questo passano le loro ultime ore a pensare alla morte, anche questo il film vuole dirci, dopotutto. Per non essere troppo lineare e scontato, per dare una dimensione all’opera che vada oltre quella del mero snuff movie per ipocondriaci sentimentalisti, Haneke ha inserito tre quattro scene psichedeliche allo scopo di far lavorare un po’ il cervello dello spettatore, lui che vaga nei corridoi e gli si allaga il mondo, il suo rapporto problematico e irrisolto con il piccione. Va bene, Haneke, abbiamo capito, bravo, però almeno non dico il lieto fine ma qualche barlume di speranza o una sana sparatoria nei momenti più survival horror avresti potuto metterceli, mortacci tua.