Ave, Cesare! è un metafilm surreale di routine fatto di cose già viste, sentite e citate, rielaborate, rimasticate, risputate e appiccicate insieme secondo lo stile semibrillante dei due registi. Ma alla fine chi se ne frega della vita di Mannix, resa a mo’ di caricatura, senza fare nulla per nasconderlo, anzi, andandone fieri come se fosse la cosa più geniale da fare, dei problemi ancora irrisolti degli americani e di Hollywood col comunismo e l’omosessualità. Poi, per carità, è tutto confezionato strabene, grandi sforzi sono stati profusi nella realizzazione, d’altronde sono i fratelli Coen, coi loro potenti mezzi, e prendere per il culo un po’ di rimbambiti con idee ammuffite riceve sempre il mio plauso e la mia approvazione, lo avrò ripetuto fino alla nausea. Il momento migliore (!) è quello della tavolata con la contrattazione tra gli esponenti di diversi culti; ma anche lì, satira sulle religioni e sul politicamente corretto, una roba che apparecchiata così poteva entusiasmare e sconvolgere i bioritmi delle genti decenni fa. Basta con le mitologie, con i film fatti tanto per dire “guardate quanto siamo grandi conoscitori appassionati di questa particolare fetta di storia del cinema della quale solo noi e pochi altri siamo grandi e appassionati conoscitori, quindi ringraziateci, o zotici, perché ve la facciamo finalmente conoscere”, con le commedie che in teoria dovrebbero essere divertenti ma in pratica lo sarebbero state con il metro di mezzo secolo or sono, quando si era tutti un po’ più assopiti, ora semplicemente mbof. Sì, Scarlett sboccata come non l’avete mai vista, Clooney che paradossalmente, usato così, a sua insaputa, finisce per funzionare (può pure essere, ma io ormai di fronte a quel faccione lì non sono più disposto a sospendere l’incredulità, lasciatemelo confinato nell’immaginario glamour pataccato delle pubblicità, per piacere). Alla fine è un buon ritratto (un altro) della Hollywood degli anni Cinquanta, solo forse non proprio così indispensabile, ecco.