Sì, lo so, non si può vedere una serie televisiva così drammaticamente spoilerata e necessaria per decifrare i nostri tempi con tanto grave ritardo, ma avevo judo e… In realtà nel corso della mia vita sono stato principalmente impegnato a fuggire dagli innumerevoli casi umani che “ah, ma i ggiovani d’oggi che stanno sempre davanti al conpiuter, che mi rappresentano ‘sti cosi” (certo, infatti in ottica storica la rivoluzione informatica è una robetta da niente… la perspicacia, proprio), “ah, ma questi cellulari, la ggente una volta si parlavano tra loro” e via sbroccando. Ché poi molti di questi ovviamente ora sono diventati, senza manco accorgersene, i peggio dipendenti dalla tecnologia nella maniera più becera immaginabile (chessò, tizi che vanno a dare della bottana alla Boldrini a tutto Caps Lock nei commenti di un post con la ricetta della torta di mele vegan con cannella e noci). Quindi una serie che facesse, fondamentalmente, la morale su questi temi non si presentava ai miei occhi come troppo appetibile (sì, ok, non mi aspettavo nemmeno che la questione fosse posta in modo così limitato, banale e poco ricercato). Però, è corta, pregio non indifferente di questi tempi, e quindi uno alla fine cede.

Messaggio al Primo Ministro: è impossibile aver vissuto sui social senza essere stati raggiunti dall’eco della fama di questo episodio, che alla fine potrebbe essere una puntata molto spinta (molto) di un House of Cards o un The West Wing, quindi non è che mi abbia conquistato così tanto, sì, il disagio privato messo orrendamente in piazza senza alcun tatto, argomento ricorrente in Black Mirror, un pubblico indistinguibile dal suino protagonista per voracità e istinti, certo che però è il primo approccio con la qualità tipica della serie, perciò non lascia indifferenti. 15 milioni di celebrità è un’orgia travolgente di stimoli sensoriali e cerebrali e di lucine pulsanti. I bersagli ovviamente sono in bella vista nonostante la maschera distopica, ma il confezionamento a livelli stellari della critica alla società delle futili distrazioni fa tutta la differenza. La compiaciuta espressione da babbei degli avatar messi a rimpiazzare il pubblico, le eterne e tormentate contorsioni delle labbra della giurata di X-Fact… ehm, Hot Shots, il sistema già modellato per sterilizzare e inglobare agevolmente in se stesso le fonti di protesta, la routine fantacyclettistica dei meriti e dei programmi da saltare sono indubbiamente tra le cose destinate a restare. In Ricordi pericolosi l’ossessività, la morbosità legata all’uso degli ultimi ritrovati della tecnologia tocca livelli assoluti e dai quali non si può più probabilmente tornare indietro. Charlie Brooker ci avverte: oggi spiate comodamente il profilo Facebook o il Whatsapp del vostro coniuge, e vi sembra normale, domani ci avrete tutti il grain impiantato nella capoccia, e saranno cazzi. Vostri. Bernini l’aveva detto in tempi non sospetti ed è rimasto inascoltato.

Torna da me. Maddai, la tipa prima si scopa tutta entusiasta il pupazzo allo sfinimento, acrobaticamente (e prima ancora era totalmente soggiogata dalla voce del marito defunto al telefono), poi di punto in bianco “aaaaah, che schifo, non respiri neanche, non ci hai manco i nei e i peli sul cazzo, ma si può sapere che mi hanno venduto? vieni che ti butto dalla scogliera”. Ho letto critiche per il finale (lei che non ha coraggio di disfarsene e lo tiene in soffitta, facendolo vedere ogni tanto alla bambina stile vecchio souvenir esotico), invece come insana paranoia alla Psyco mi è sembrata molto azzeccata e promettente, io anzi lo avrei sviluppato costruendoci sopra almeno un’altra puntata. Orso bianco. L’oscena vanità dei reality, la spettacolarizzazione del dolore, il voyeurismo tecnologico dilagante, la gente che filma le peggio cose, senza un perché, ormai più totalmente rimbecillita che consapevolmente cinica, ecc. In mezzo, l’afflitto disorientamento della residua umanità rimasta. Va bene, ma, come in molti altri momenti, viene da chiedersi: sì, la tecnologia ha un ruolo, ma alla fine non sono cose che abbiamo sempre avuto e covato dentro di noi? Gli incidenti stradali ci giravamo a guardarli anche decenni fa, quando gli attuali smartphone in grado di fare anche il caffè nemmeno erano concepibili. Vota Waldo! Naaaa, mejo Di Maio. Bianco Natale. Quando Black Mirror si sposta più sull’incubo fantascientico cervellotico arzigogolato (qui a tratti pure troppo), mettendo un po’ da parte la critica spicciola all’attualità e al futuro imminente forse mi garba di più. Anche perché offre davvero tanti spunti e livelli di lettura, e in questo senso l’episodio trovo si avvicini all’ottimo Odio universale, quello conclusivo della stagione successiva. Piace la satira sull’internet of the things (un po’ un goal a porta vuota, ma colpisce l’arguta e precisa ossessività dei modi) e il concetto di block esteso con grande disinvoltura alla vita reale.

Della terza stagione mi ha annoiato molto Giochi pericolosi, sarà perché ormai la serie comincia a ripetersi, sarà perché il tizio urla come un pescivendolo tutto il tempo, ‘na roba che manco Scarpia nel secondo atto de La Tosca. Zitto e balla sicuramente tra i miei preferiti, impressionano la sicurezza e la familiarità con le quali Brooker e soci maneggiano la materia, la conoscenza dei meandri delle meccaniche umane e di quelle del web e dei social (la futura puntata su Sarahah non è manco quotata). Neanche le “licenze poetiche” (poco credibile e piuttosto forzata la rapina, per dire) disturbano più di tanto in questo autentico festival del grottesco. Non c’è speranza fin dall’inizio per il povero e ingenuo Kenny, preso a ceffoni e trollato tutto il tempo in un’incredibile escalation, all’insegna del “Se qualcosa può andar male, lo farà”. San Junipero si ritaglia un posto particolare perché per una volta la critica feroce alla tecnologia si attenua, sembra quasi anzi di intravedere degli spiragli positivi in questo futuro così terribile (le due vecchiette malate dopotutto si tengono conforto grazie alle loro allucinazioni, valori quali l’amicizia e l’amore sopravvivono ai passaggi tra i vari mondi). In realtà anche questa sembra un po’ una gabbia dorata, sul web ci si spaccia per ciò che non si è, c’è questo paradiso di spensieratezza, ma noi che lo abitiamo siamo morti, morti dentro, il senso di libertà limitata e di opprimente ripetizione al quale segue l’inevitabile delusione, ecc. Caduta libera e Gli uomini e il fuoco sono senz’altro ben fatti e recitati, memorabile Bryce Dallas Howard in particolare, ma viene lasciato meno margine interpretativo, ci sono meno spazi aperti per far pascolare l’immaginazione dello spettatore (l’ossessione per la reputazione online nel mirino nel primo caso e Bush, Trump, guerrafondai vari e mettiamoci pure la società dei consumi, tutto fa brodo, nel secondo).