Della seconda guerra del Golfo si è parlato fino alla nausea, le armi di distruzione di massa che non c’erano però in compenso abbiamo trovato i cessi d’oro quindi la guerra andava fatta lo stesso, la vergogna di Abu Ghraib, quella del povero Colin Powell costretto a inquietanti figure da cioccolataio dinanzi a prestigiosi consessi internazionali, le bandierine della pace esposte a ingiallire sui balconi accanto a quelle dell’Italia, Saddamsulle schede elettorali al posto di falce e martello, ma poi lo sbarramento lo supera Materazzi e Bertinotti è costretto ad aprirsi un blog dall’Annunziata. Il telefilm prodotto da BBC e HBO dipinge in modo intrigante e intelligente un Saddam inedito, o quantomeno inusuale, prevalentemente impegnato a gestire complicate (per noi occidentali) beghe familiari, vere o ben romanzate dagli sceneggiatori.

Colpisce in particolare, nella parte iniziale, il rapporto quasi vianellistico con l’anziana e invadente madre (rispettata, ascoltata e riempita di salamelecchi ma, in segreto, disprezzata). E poi ovviamente le lotte per la successione, con i vari rami e delfini che sgomitano per lustrare l’ano paterno mentre il primogenito Udai s’inebria di droghe e ultraviolenza (gratuita, quindi deprecata dal babbo che invece la considera un prezioso strumento da maneggiare con cura per raggiungere corroboranti obiettivi). Le paranoie di Saddam dedito al culto di se stesso, le troie, il Corano riscritto col sangue. Il carisma, l’abilità nel creare consenso intorno a sé, tra gli altri baffuti bipedi. L’ineluttabile e straripante banalità cinematografica delle fosse comuni, delle stragi, delle esecuzioni collettive. Più in generale, l’arguzia e un certo criminale buonsenso del tiranno nello smaltire le questioni interne. E la sua cronica incapacità in politica estera, nel decifrare gli eventi e gli umori dell’ex alleato a stelle e strisce, che lo porta a guerre sempre più insensate e disastrose, e a un declino probabilmente molto più rapido e prematuro di quello che sarebbe potuto essere con un po’ di pazienza e una gestione più sagace delle risorse.

La fenomenale bravura dell’israeliano Yigal Naor nel non batter ciglio per l’assenza di riferimenti al lancio degli Scud sull’amata Tel Aviv. E soprattutto nel condannare a morte con un unico, indimenticabile sguardo accigliato i potenziali traditori. La sottile arte dell’individuazione degli stessi (nella quale il vero Saddam era un po’ meno abile di quanto si ritenesse, nonostante la praticasse ossessivamente). Il tragico finale, con l’Iraq in ginocchio, ridotto in macerie fumanti dopo anni di embargo e di pazzie. La precipitosa fuga delle donne della famiglia, inconsolabili dai loro bei valigioni pieni di soldi. Il sacrificio dei maschi, che ingaggiano un duello impossibile contro l’Occidente intero armato fino ai denti, per poi essere sbattuti su tutti i giornali – a mo’ di unlocked achievement dell’Xbox – con le facce devastate. In tutto ciò, l’indecifrabile e aliena figura di Tareq Aziz, vittima e carnefice, fedele doppiogiochista salvato forse dalla sua pavidità, dal suo essere un dead man walking cristiano fuori posto. Infine, i trafelati ultimi momenti del rais prima della cattura, con il dittatore ora debole, dimenticato, costretto a nascondersi in ogni baracca o buco della terra, esposto alla dilagante ingordigia dei suoi sudditi. Un Saddam improvvisamente reso meno feroce e un po’ più umano dall’inevitabile ragazzino incontrato per caso mentre andava a pescare, suo padre era uno fedele al regime, non si sarebbe mai venduto ai maledetti yankee per pochi, sciocchi bilioni di dollari.