Uno dei miei tanti difetti è che non ho fatto per tempo un po’ di cose che andavano decisamente realizzate da adolescente, tipo appunto vedere Christine – La macchina infernale, film recuperato molto fuori tempo massimo in epoca recente per colmare la sciagurata lacuna culturale. Era pure trasgressivo, ai suoi giorni, con le immancabili lamentele delle associazioni dei genitori petulanti per l’ossessivo e diseducativo spot irradiato dalle televisioni commerciali senza scrupoli. Ma niente, mannaggia, me lo sono perso, rapito da cose di minore importanza, tipo fantasticare su coetanee che chiaramente non me l’avrebbero data nemmeno fossi stato l’ultimo maschio rimasto sulla Terra, o imparare a memoria tutti i numeri di Zzap!, o la formazione della Ternana dell’82-’83. Immagino che nel romanzo di Stephen King il percorso psicologico del protagonista sia studiatissimo (ma forse anche no, a giudicare dal suo unico libro da me letto, Cujo, dovrò recuperare anche qui, mettermi sotto e studiare, sigh, sob, purtroppo la dimensione di quei mattoni mi ha sempre intimorito), ma proprio non si può dire altrettanto del film, con tutta la buona volontà. Insomma, alla fine è puro intrattenimento, seppur di discreto livello, cercarci qualcos’altro tirando per i capelli tutto il tirabile è impresa piuttosto ardua e risibile.

Lo sfigato protagonista pensa alla macchina con gli occhioni inquietanti come alla sua donna, la tensione sessuale è palpabile, ricorda un po’ i nerd dei giorni nostri che scrivono nelle “firme” dei forum la configurazione ultradettagliata dei loro PC superpompati e aggiornati con i quali vorrebbero accoppiarsi, infilando – protetti dal segreto della loro urna-stanzetta – il pisello rinsecchito nella porta USB. Ahem. Alla fine questo film è il rosso dell’auto indemoniata, il nero suggestivo della notte nella sperduta provincia americana (la fittizia Libertyville, Pennsylvania, del romanzo viene bocciata da Carpenter, meglio la California), il fuoco, le fiamme, le vecchie canzoni rock di una volta che la vettura utilizza per esprimersi, gli effetti speciali che consentono alla creatura di sfasciarsi e ritornare in vita a piacimento. Puro cinema. Magari un po’ trash, ma cinema. Tutti gli elementi, i pretesti e i personaggi di contorno messi a sostenere la trama, la ragazza vera che comincia sclerare e a odiare la sua rivale di metallo sulla quale evidentemente mai potrà avere la meglio, i bulli investiti e stereotipati che ricevono la giusta punizione, il telefonatissimo detective della polizia che prende a insospettirsi, pur essendo sicuramente necessari  risultano piuttosto imbarazzanti, fanno un po’ film per la televisione o episodio qualsiasi di una serie TV semiscalcagnata qualunque, diciamo.