Essendo un boomer (in realtà non proprio, ma sapete come va oggidì) ho memoria di tempi e riti antichissimi, modi di rapportarsi tra esseri umani ora desueti. In particolare ricordo bene quando, di ritorno da un viaggio, ma non necessariamente subito dopo, anche una volta trascorso un po’ di tempo dalla fine dello stesso, coppie di amici e conoscenti vari organizzavano un evento particolare, al quale non era possibile in alcun modo sfuggire. La serata nella quale bisognava sorbirsi, simulando viva e appassionata partecipazione, le foto delle vacanze altrui proiettate sul muro, o i filmini, queste cose qui. Anche se si trattava di un palese viaggio di merda in un posto orrendo fatto di mete banali fotografato in modo sbilenco da persone disgustose che emettevano commenti agghiaccianti misti a rutti tutto il tempo, non c’erano santi e te lo dovevi puppare. Oggi tutto ciò non esiste più, ci siamo evoluti e il nostro e altrui ego, o bisogno di attenzione, viene ben nutrito attraverso Instagram, i social e gli altri attrezzi che ben conoscete nelle modalità che vi sono familiari. E per certi versi è meglio così.

De viaje con los Derbez è, precisamente, la riproposizione attualizzata di quelle antiche serate. Con il piccolo, trascurabile, quasi insignificante particolare che questa roba meramente autocelebrativa e totalmente priva di contenuti è stata ritenuta meritevole di venire promossa (a tavolino) allo status di serie televisiva. Gli unici pregi dell’opera stanno nel mostrare splendidi luoghi, meravigliosi e vividi accostamenti di colori, simpatiche caprette. Il tutto ben ripreso e professionalmente confezionato (con la possibile eccezione di quella sorta di “effetto social” che viene simulato di tanto in tanto, insomma, quando si restringe lo schermo a mo’ di smartphone e il resto ai lati scompare, dai, ci siamo capiti, non mi viene il termine: beh, quella cosa lì mi fa cacare). I Derez non sono simpatici (o non lo sono particolarmente, non lo sono qui), non fanno ridere, o se ridete alle loro banalità assolute avete dei seri problemi, non risultano interessanti in quello che fanno, esternano e dicono. Non sono tipi umani apparentemente degni di approfondimento (almeno per quello che mostrano nella serie), non costituiscono un imperdibile esempio di famiglia messicana. Sono semplicemente delle persone normali in vacanza, che fanno sfoggio per otto interminabili puntate (anzi, nove, qualcuno ha incredibilmente ritenuto necessario perfino l’episodio “postumo” con tanto di best of incorporato) della loro pedante, prolissa, atroce normalità da serata col videoproiettore.

Perché mi sono sorbito questa cosa nella sua allucinante interezza. Semplicemente perché è una serie in spagnolo (ma poi non ho capito, che volete?, saranno mica fatti miei, ognuno ha le sue perversioni). Inoltre il Marocco è esteticamente gradevole da vedere (come si sarà capito, cromaticamente sto dalla loro parte, mi concerei pure io a quel modo se non temessi il bullismo della gente, comunque qualcosa prima di diventare un boomer avevo comperato). Ma mai mi sarei aspettato una roba del genere. Secondo me il problema di fondo è sempre il solito. Un tempo se eri malato andavi da un medico, oggi dai retta a petalosina99. Un tempo se volevi essere intrattenuto dovevi rivolgerti necessariamente a gente come, chessò, Macario, uno che aveva solo inventato il cinema comico italiano e si era fatto un culo così tra teatro, riviste, ecc. Oggi pacioccosone92 (aka José Eduardo Derbez) può ottenere i suoi quindici minuti di celebrità mettendosi in mutande ed elargendo considerazioni spicciole sulla vita che manco il mio gelataio. Capiamoci, questi sono più o meno tutti attori professionisti, ecc. (il padre in particolare ha un curriculum grosso così), avranno studiato e fatto sfoggio di capacità, chi lo mette in dubbio. E magari, per buoni motivi, si è messo in mutande pure Macario qualche volta (ma ero troppo piccolo per ricordarlo). Però quello che mi interessa è ciò che hanno scelto coscientemente di mostrare qui. Il contesto è disarmante, così come tutto il ragionamento dietro l’operazione e il modo in cui è stata criminalmente condotta e realizzata. Cioè, non lo so, io veramente non ho parole.