Il mondo è ingiusto con Dexter, eppure il soggetto di questa serie è a dir poco irripetibile e meraviglioso, la recitazione degli attori e dei cattivi principali spesso di gran livello, le prime quattro stagioni estremamente vive ed emozionanti (buona nel complesso anche la quinta, nonostante il finale terrificante… se l’avessero conclusa dicendo “vabbè, sapete che c’è? la Stiles ha firmato per dieci episodi, non abbiamo soldi per trattenerla ancora, scusate ma dal prossimo episodio faremo finta non sia mai esistita” ne sarebbero usciti più dignitosamente). La perfezione assoluta della sigla, che al suo interno contiene già tutto. A Dexter, dicevo, non si perdona nulla. Siti come Serialmente sono pieni di gente che fa le pulci alla serie per ogni errore, cazzata e incongruenza (vera o presunta, abnorme o microscopica, rilevante o sticazzi, “aaaaauuuuaaaaah, si può sapere perché prende la forchetta per andare incontro al cattivo? è inaccettabile, i serial killer vanno uccisi da disarmati o mediante l’uso del coltello, lo dice anche il galateo!”); mentre per altre serie – tipo Fringe, che sto vedendo ora, bellina ma plausibile quanto Lamberto Dini in un film porno, e non per l’ambientazione fantascientifica – noto molta più indulgenza e meno isterismo accanito nei giudizi.

Dexter è Michael C. Hall e non può essere nessun altro, mai più, è come se quest’uomo fosse nato col preciso e unico scopo di interpretare questa parte, è lui con quel suo continuo ciondolare sornione tra l’asfittica stanzetta nella quale lavora con i suoi arnesi, le teste da spaccare per vedere l’angolazione degli schizzi di sangue, e il nido familiare con l’inquietante mogliettina anni Cinquanta, e poi il plasticoso tempietto autosmantellante dei sacrifici umani, la solitudine delle gite in barca a gettare l’indifferenziata (a proposito, ma Quinn che rimuove completamente la visione di quelle foto di lui e della complice coi sacchi ripieni? capisco che là alla polizia di Miami siano delle schiappe paurose e che lui non dia l’idea di essere una cima, ma ‘nsomma, manco due più due? è comprensibile che a un certo punto smetta di approfondire per non rovinare la storia con la sorella, allora in crisi, ma poi dovrebbero pur tornargli in mente).

Dexter è estremamente reazionario e giustizialista, a rifletterci bene, lui sa sempre con precisione chirurgica chi merita di vivere e chi no, manco Clint Eastwood, gli basta accendere il PC e cercare su Google per capire, però è una cosa che non pesa mai durante la fruizione, semplicemente la si prende come una caratteristica irrinunciabile del personaggio, Topolino è saccente come una pigna nel culo e ha i guanti gialli, Fonzie ha il pollice all’insù e conosce i punti vitali dei juke-box, a questo invece ogni tanto gli scappa di ammazzare qualcuno, non ci si può fare niente, oh, che volete?, è fatto così, ognuno ha i suoi difetti. A pensarci, di aspetti della storia dei quali non me ne frega un cazzo ce ne sono tanti: il papà smarmellato o inclinato in modo buffo che gli fa da coscienza (se gli avessero dato il 5% dello spazio si sarebbe capito lo stesso e sarebbe stato molto meglio), tutti i flirt tra i personaggi del cast tanto per tenerli impegnati o buona parte delle trame secondarie, generalmente quelle su efferati e noiosissimi criminali sudamericani. A dirla tutta, proprio alcuni elementi basilari e costitutivi della serie non mi convincono o non mi appassionano più di tanto, specie nel modo in cui sono ossessivamente reiterati: sì, va bene, hai avuto un’infanzia difficile (e chi non) e ora stai crescendo e ti stai umanizzando come personaggio, molto interessante all’inizio, ma ora basta. Il passeggero oscuro e tutte le menate. Pietà.

Ma alla fine questo influisce pochissimo sul godimento complessivo. Dexter piace, umanamente, e crea empatia perché siamo noi quando il mondo ci costringe. A vedere parenti che non avremmo voluto, a fare compiti che non ci interessano, in generale, a fingere. Ma lui può cavarsi dagli impicci sbrigativamente, alla sua maniera, grazie al culo smodato e alle profonde conoscenze superomistiche da telefilm, noi no. Ora potrei dilungarmi sul carisma di Doakes che lo inchioda fin dal primo istante col suo sguardo morboso da semipsicopatico, sulla tensione pazzesca che si crea mentre lui è ingabbiato (viene da chiedersi con una certa apprensione perfino come farà a cagare in quelle condizioni, poraccio) e Dexter non può accopparlo perché il codice di quel babbeo del padre non glielo consente, roba che viene da entrare nel televisore per quanto ci si sente coinvolti, ma non posso esaurire un qualcosa che ho amato così follemente e in modo così totalizzante in un solo post, lo spazio che dedicherei a sviscerare l’ultima infelice dichiarazione di Giovanardi, o un album di Pupo.