Uno degli aspetti più affascinanti de La signora del West è l’incessante e schizofrenica trasformazione dei personaggioni di contorno che popolano la cittadina — il barbiere dall’infanzia tormentata, il vecchino un po’ rinco dell’emporio, il pappone belloccio dal look Swedish Melodic Death Metal del saloon — capaci di passare dalla modalità “affabili amiconi” a quella “mosdri psicopatici succubi del branco”, e viceversa, nel giro di cinque minuti.

Tipo: “Ciao Gino, come stai? Ehi, ma lo sai che tua moglie fa un polpettone davvero squisito? Porgile i miei più vividi complimenti. Vieni, ti offro da bere“. E subito dopo: “Ehi, il signor Pino del KKK — una simpatica organizzazione culturale no profit del Tennessee — mi ha detto che Gino è negro!“, “Ooooooh!“, “Ma come negro? A me sembrava tanto una brava persona…“, “Presto, impicchiamolo!“, “Stacchiamogli il cazzo con un ferro di cavallo arroventato, e poi già che ci siamo andiamo a coricare di mazzate gli indiani!“, “Sìììì, dannati pellirosse, ieri ero nella loro riserva a massacrare bisonti e a un certo punto sono passati Nube che Corre e Passero che Caga e mi hanno guardato storto, poi sono tornato a casa, ho bevuto uno di quei loro intrugli alla corteccia di tamarindo e mi è venuta la sciolta!“, “Fermatevi! Gino vive qui da un sacco di anni e gli indiani non hanno mai fatto del male a nessuno…“, “Zitta, tu, donna, essere inferiore, fila via in cucina“.