Il problema fondamentale di Elysium è la divisione effettuata a leggiadri colpi di roncola tra buoni e cattivi, ricchi e poveri (ciao Franco), uomini e macchine. Nella gargantuesca e (troppo) dichiarata metafora omnicompensiva non c’è spazio per le sfumature, il dibattito e le spiegazioni, per qualcosa di diverso dagli stereotipi premasticati, né per porsi problemi un minimo complessi, tipo, non so, la sanità reggerà l’urto di un intero pianeta sovrappopolato che intende farsi curare pure lui con un click dai peggio mali? ma no, che probbblema c’è, le macchine pensano a tutto, andiamo a prenderli tutti nao (quante cazzo di navette e di viaggi ci vorranno?). Poi, se il sistema è hackerabile con la facilità del blog dei papaboys figuriamoci quanto potrà reggere la cosa. Se non altro c’è una fiducia smisurata nel progresso e non propone di tornare alla zappa (beh, sarebbe anche difficile farci un film di fantascienza, altrimenti).

Le sparatorie nei corridoi tirati a lucido sono praticamente Halo, FPS che ho amato moltissimo, ma non sono sicuro sia un pregio. Belle le ville su Elysium, piacevolmente imbiancate e ordinate, ben immesse in un verde a dir poco lussureggiante, ma avrei gradito conoscerlo un tantino di più questo posto tanto promettente, vedere in faccia questi ricchi così schifosamente, immotivatamente privilegiati, in modo da poterli odiare per ben benino, il luogo invece dà l’idea di essere quasi disabitato (va bene che sono l’1% contro il 99, ma), con conseguente leggera perdita di credibilità del pur impressionante impianto. Comunque la cosa che proprio non va è l’idea di fondo, che il regista povero lui considera geniale, che basti cambiare una parolina per sistemare magicamente il mondo, la soluzione è lì a portata di mano, ma i potenti non vogliono, colpa di Milton Friedman e del neoliberismo (però fin quando mi finanzia il film è ok), solita sbobba.

Insomma, alla fine Blomkamp è uno dei tanti bimbiminkia che pullulano sul web – sono sicuro che affligge le caselle di posta degli amici con petizioni e appelli tra i più scemi e disparati – solo con un budget e un potere contrattuale un po’ superiori rispetto al quarantenne disagiato medio, diciamo. L’interpretazione che spicca a detta di tutti mi pare essere quella di Sharlto Copley, da me appena ammirato all’opra in A-Team, che un giorno “recensirò” (la mia originalissima teoria è che se la parte dello psicopatico tutte le volte ti riesce così bene è perché evidentemente un po’ squilibrato lo sei sul serio, nella vita).