Uno dei momenti più significativi della misera esistenza di tutti noi è stato indubitabilmente rappresentato dall’impatto con i telefilm americani, Arnoldquelli di una volta, perlopiù erogati dalle discutibili tivù commerciali. All’improvviso, il bianco e nero anche mentale veniva squarciato, e nuovi, speciali e peccaminosi universi si rendevano comodamente selezionabili da telecomando.

Dalla mattina semitarda fino al pomeriggio inoltrato era un ameno susseguirsi di Alice, Lou Grant, i Jefferson, Love Boat, Hazzard e l’immorale Tre cuori in affitto, inframezzati da Bis e Il pranzo è servito. Ma è innegabile che un posticino speciale fosse riservato al mio/tuo/suo/vostro/loro amico Arnold.

Certo, non sarà stato il migliore del mucchio: le storie autoconclusive non erano poi così varie e interessanti, le sceneggiature non sempre solide e brillanti, la realizzazione esasperatamente minimalista (non ricordo grandi scene all’esterno). Ma era quello che rimase scolpito più profondamente nel famoso immaginario collettivo, anche nostrano, grazie soprattutto alle smorfie del suo protagonista carismatico (un bambino-peperino di statura particolarmente nana, e per giunta negro, rappresentava una sorta di fenomeno della natura, per i tempi).

Era un mondo in cui la fusione multietnica la si ammirava sbigottiti principalmente in TV e nei libri di storia. E vedere un padre bianco dall’aria saggia, distaccato e un po’ burbero, con una figlia topa e due regazzini “afroamericani”, così disinvoltamente assortiti, affrontare insieme i pruriti adolescenziali e le vicende quotidiane dava subliminalmente un’idea di modernità sociale. Di un affascinante futuro a portata di mano nel quale i popoli avrebbero convissuto tuttosommato pacificamente stipati all’interno di lussuosi attici, lasciando la povertà, i problemoni e tutte le cazzo di polemiche arbitrali finalmente fuori dall’uscio di casa.