Gondry manine

Eternal Sunshine ov stocaz mi ha sempre stupito per la sua capacità di trattare un sentimento trito e sopravvalutato come l’amore in modo non banale, esaltandone da diverse angolature l’irrazionalità, dando spazio all’intimità della memoria, dei luoghi, dei momenti, vissuti e poi poeticamente cancellati (o forse no, non ancora, perché è ingiusto, perché sfuggire è sempre inutile, si sa, e dannoso blablabla).

Magari sono solo uno dei tanti pessimisti che ritengono questa pellicola un rifugio visionario da esplorare di tanto in tanto quasi per trovare conforto, per perdere conoscenza, eliminando con poco sforzo la realtà ostile e le sofferenze annesse, per poi risvegliarsi più vecchi e più romantici, ma con sempre meno anni e capelli. E stupirsi ogni volta. Innamorarsi di Michel Gondry. Perché è definitivamente uno dei pochissimi videoclippari in grado di ripetersi con magistrale raffinatezza ed eleganza anche sul grande schermo (impresa quasi fantascientifica).

Ma anche di Kaufman, Charlie, il maestro delle trame circolari contorte pazzesche, costruite, svelate pezzo per pezzo; dei personaggi secondari che non si limitano a fare da patatine di contorno, ma sgomitano per entrare nel cuore della storia, dando credibilità ai frammenti di arrosto e di realtà che si susseguono, affascinanti, onirici, rivelatori tasselli della mente. O di Jim Carrey, il buffone, lo sbruffone, la maschera esuberante dalle mille pieghe, uno con una faccia di bronzo, di gomma, da attore vero sempre nel taschino, ma in questo caso trasformista profondo, prestigiatore solitario che rimbalza, autentico. E ovviamente la Winslet, che contemplo in ogni sua apparizione, che venero qui umorale ed estroversa distributrice profumatissima di ciocche di capelli, di erezioni e di sguardi spettacolari.