Violenza, compiacimento, ironia, stupidità, umanità, follia, sodomia, poesia, nonsense, virtuosismo scenico e fotografico esasperato, com’è possibile coniugarlo con il punk, furia distruttiva disperata sboccata lì, macelleria elementare che ti muore dentro ogni giorno di più, e Koen Mortier ce lo mostra fin troppo bene. Squallore, esplode veloce con i nomi degli attori tatuati sulle facce, sulle chiappe, non si perde tempo in un mondo di bus che viaggiano all’incontrario come biciclette cavalcate da stupratori fin troppo liberi rinchiusi appena nella gabbietta matta con il letto disegnato in lontananza, e le pareti sempre splendidamente imbiancate di nuovo vomito e sperma dentro ci pontificano volgarità abusate a testa in giù.

ex drummer

Finisce con il sangue spalmato sui volti tumefatti sui corpi affettati senza più cazzi accoltellati sul tavolo che raccontano i soprusi subiti, perpetrati, compiuti, moltiplicati, evirati. In una vita mai ferma, densa, urtata, popolata di personaggi a gambe spalancate interrogati dallo scrittore che si aggira narratore, ambiguo, furtivo, frocio, poco rocker pur di scrivere romanzi scatena risse, finge handicap per entrare nella band, ogni componente deve almeno avere un handicap vero o presunto, questo il patto, tagliarsi un piede, che so, oppure recidere una testa, una lingua maleducata per raccontare tutto il dolore che si prova a urlare uscendo da una vagina femminista ben poco pur di salire sul mondo dove ti aspetta ancora un altro palco, lurido, inondando di spermatozoi festanti il pubblico che beve fallito felice, che sguazza si rotola nel mestruo dell’ultimo dei festival fiamminghi che non ti aspetti.