Steel Magnolias è vivace. Pare poco ma non credo sia un qualcosa di tanto facile da ottenere su schermo. Almeno con una rappresentazione credibile e coerente, posticcia (perché su, dai) ma non troppo. In un breve lasso di tempo ci scorrono (dis)armonicamente davanti un sacco di vite in apparenza destinate a esaurirsi rapidamente, di rapporti umani incredibilmente frenetici, di passati in parte spiegati in qualche modo, in parte lasciati intuire, bisticci feroci, tafferugli, dichiarazioni d’odio, dichiarazioni d’amore, frizzi, lazzi, risate gioiose, risate amare, risate da TSO, coppie sul punto di scoppiare, coppie sul punto di boh, bombe a mano, tricche tracche.

Fiori d’acciaio – tratto dal dramma teatrale di Robert Harling, che curò anche la sceneggiatura e tanto per cambiare credo abbia vinto pure qualche premio, i premi un tempo non si negavano a nessuno – però sfocia nel melodramma, un po’ gratuito devo dire. La morale, mi dicono, sarebbe che le donne – almeno quelle ritratte qui, tanto diverse per età, temperamento e tutto, ma alla fine in sostanza così adorabilmente pappa e ciccia tra di loro – non si spezzano davanti alle avversità della vita, anzi, esse contribuiscono a renderle più forti. Mah, ‘nzomma, grazie ma preferivo la prima parte caciarona e con le battute brillanti, quando ancora tutto sembrava possibile. Siamo alle solite, far schiattare, possibilmente in modo inatteso, qualcuno in un’opera qualsiasi (romanzo, film, ecc.) tanto per creare nelle persone delle emozioni forti a buon mercato non richiede questo grande impegno o questo titanico sforzo di fantasia, a mio avviso. È un po’ la soluzione finale standard. Poi, certo, è colpa nostra che siamo ormai così aridi e desensibilizzati: se eri tanto una brava persona, magari un po’ strana, ma brava, e crepavi ingiustamente nell’89 forse qualcuno che ancora si emozionava per te e gli scappava la lacrimuccia lo trovavi. Adesso la gente non vede l’ora di appioppare Darwin Award a destra e a manca mentre impreca perché al Totomorto ha giocato il cantante sbagliato e si masturba avidamente sui filmini delle missionarie decapitate dall’ISIS, poi vota Salvini perché mangia, anche lui, la nutella.

Fiori d’acciaio è un film sul Sud degli Stati Uniti che la gente è così, si sa, solare, fissata con la religione e un po’ pazza. Un po’ pazza, soprattutto, si direbbe. Fiori d’acciaio è comicità arguta, dialoghi pirotecnici, casi umani ostentati e fuochi d’artificio. Ah, intorno ci hanno costruito anche un film, ma non gli è venuto tanto bene. Fiori d’acciaio è un film sulle donne (anche perché gli uomini qui sono generalmente assenti, troppo depressi o morti) e sulla loro superiore e più intima sensibilità. Fiori d’acciaio è (continuare a piacere).