Come anticipato nel post su Dexter, Fringe, pur avendo un po’ di qualità non trascurabili (altrimenti non avrei finito nemmeno di vederlo, anche se l’ultima sessantina di episodi non è che proprio morissi dalla voglia), convince molto meno rispetto a quella che pare essere l’opinione diffusa e predominante, e il motivo è semplice. Sarò ripetitivo, ma molte di queste opere fantascientifiche o fantastiche così strutturalmente e formalmente lambiccate, allo scopo di apparire profonde, affascinanti, brillanti, elevate e alla moda, alla fine ai miei occhi risultano solo confuse, poco credibili e interessanti, povere di reali messaggi e contenuti (per voler dire troppe cose tutte insieme, schizofrenicamente, in definitiva non dici nulla, o sembri scarsamente convinto, o arriva poco). Se il telespettatore è costretto ad andare sul web a cercare di capire su un sito amatoriale come si incastrano le varie timeline, l’universo giallo, quello indaco, quello marrone e i loro scazzi, tutte le varie pippe che ti sei fatto dandoti pacche sulle spalle da solo, Peter che rimuore se l’Olivia alternativa starnutisce troppo forte mentre è immersa nella vasca coll’acido facendo sparire il fondamentale palazzo verde fosforescente nel quale Walter si stava ingroppando la mucca sotto gli occhi esterrefatti di un Osservatore e allora la natura reagisce riportando tutti alle caravelle di Cristoforo Colombo, ecc., già lì c’è qualcosa che non funziona.

Non saprei dire esattamente quando sia stato saltato lo squalo, se nella parte finale della seconda stagione o nella terza, a dire il vero ero partito già scettico e prevenuto perché come si sarà intuito paranormale e menate così mi lasciano un po’ freddino, difficile che con queste basi di partenza poi non si svacchi esageratamente. I pareri in giro comunque erano positivi, vai avanti ché migliora, ci sarà più trama orizzontale, meno monster of the week, e poi appariva ben confezionato, fischiettabile la musichina, belli i teaser, bravi ma d’un bravo gli attori (alla fine Fringe lo si guarda per lo spettacolo mostruoso offerto da John Noble, un fuoriclasse capace di sprizzare umanità velata di sana follia a palate mediante il movimento impercettibile di tutti i suoi micromuscoli facciali all’unisono, per non parlare della magistrale resa del Walter alternativo malvagissimo; il fatto che quest’uomo alla sua veneranda età non sia stato ancora sommerso in abbondanza di Emmy, Oscar e statuette di tutte le fogge è il vero scandalo dei nostri tempi)(anche di Anna Torv non si può dire nel complesso che un gran bene, è vero che la sua appare una recitazione un po’ di maniera che sfiora l’accademico e non sembra davvero sentita, però, sorbole, impossibile immaginare un’altra Agent Dunham, calza davvero abbestia all’atletico e indubitabile personaggio; un po’ sotto Joshua Jackson, che non mi pare neanche ‘sto gran belloccio da strapparsi le mutande come alcune dicono, ma vabbè, per uno che viene da Dawson’s Creek la sua prestazione è lardo che cola).

Riepilogando, all’inizio Fringe si fa vedere, c’è quel pizzico di curiosità che ti spinge a chiederti che cosa diamine rappresentino ‘sti pelatoni che si vedono ogni tanto in giro, che cosa nasconda lo sguardo magnetico e permanentemente iniettato di sangue di Lance Reddick, ecc., poi alla quarantesima volta in cui un tizio qualunque entra in un posto affollato e gli esplode la faccia, o gli sanguina il cazzo, o si trasforma in un porcospino gigante, e allora Walter si ricorda di quando lui e Leonard Nimoy (a propo’, queste sono le sue ultime apparizioni evah, altro motivo per sorbirselo fino alla fine) pasticciavano in laboratorio e gli chiedeva per l’ennesima volta di amputargli pezzi di cervello perché sennò così era troppo furbo, beh, si comincia a sbadiglicchiare un po’. L’interesse a un certo punto si ravviva parecchio con la promettente introduzione dell’universo parallelo, al che uno si aspetta che questi mondi vengano esplorati, confrontati, sviscerati nelle loro analogie e differenze, che siano mostrate approfonditamente le condizioni della ggente (sarebbe stato sicuramente più interessante del millesimo psicopatico mutante uguale a tutti gli altri), che si salga su questi strombazzati dirigibili a fare un bel giro panoramico. Ma non succede niente di tutto questo, la storia viene incasinata esponenzialmente con scelte che lasciano perplessi al punto che lo spettatore (io, almeno) non è più disposto a concedere la sospensione dell’incredulità: sì, va bene, è una serie fantascientifica con tematiche alla X-Files, e quindi uno le cazzate e le incongruenze se le aspetta, arriva già mangiato e preparato psicologicamente. Poi si sa che quando si comincia con gli universi paralleli non la si finisce più con i what if e i “com’è possibile che con tutti gli eventi e le scelte differenti che sono state fatte e si sono accumulate nel tempo ‘sti mondi presentino ancora tutte ‘ste similitudini?”. Ma a un certo punto è troppo.

Non male l’idea (forzata dagli ascolti in picchiata e dalla necessità di concludere in tempi brevi) della sfilza di puntate finali di concentrarsi sulla storia principale, sparigliando le carte. Ma, nonostante gli Osservatori ben imbellettati e che fanno molta scena, inquietanti, disumani e ambigui al punto giusto, sembra un po’ un beat’em up futuristico a scorrimento, con qualche forzatura (un po’ tutto il personaggio di Henrietta Bishop buttato lì che non decolla, la storia che lui deve andare nel futuro così la natura…). Però va ammesso che sono riusciti a chiudere in maniera almeno decente tutte le storyline, aspetto che a un certo punto non sembrava così scontato e nel quale altre serie falliscono miserrimamente, quindi un bell’applaus. Di Fringe restano soprattutto i rapporti umani ben allestiti tra i personaggi, alla fine è una storia di grandi e commoventi amicizie e parentele circondata da un’incredibile quantità di fuffa scenografica, rumorosa e ben presentata.