L’Astrea di Honoré d’Urfé, in versi e prosa, è il primo “romanzo fiume” della letteratura francese. L’opera è talmente prolissa che il suo autore non riuscì a vivere sufficientemente a lungo da completarla e fu necessario allo scopo il torrenziale intervento del suo segretario,  Astrea e Céladontale Balthazar Baro. Il successo di questo caposaldo del barocco fu a tratti insostenibile, anche se il cinema, fino alla trasposizione di Rohmer (anno 2007), lo ha stranamente un po’ snobbato.

La storia ruota intorno alle equivoche disavventure di due pastori francesi, giovani ma allo stesso tempo antichi, dato che le loro seicentesche vicende sono ambientate nel V secolo avanti Gristo. Quando i druidi – filosofi, scienziati, maestri, giudici, sacerdoti, inenarrabili cacacazzi di prim’ordine – spadroneggiavano, influenzando, più di quanto al cardinale Bertone sia consentito fare oggi, una società immersa in immaginifiche foreste, fiumi che scorrono diafani. E poi le ancelle, le ninfe e il resto dell’ambaradan, sapientemente fotografato.

Sembra tutto semplice. Céladon ama Astrea. Astrea ama Céladon. Si giurano reciprocamente e mitologicamente amore etterno. Céladon è costretto a superare delle prove, mettere in serio dubbio davanti al pubblico la sua eterosessualità, circondato da grotteschi e logorroici bipedi dalle pudiche movenze, che parlano astrusi e manieristici linguaggi. Eppure migliaia di pagine di arzigogolate peripezie (ridotte a un’ora e tre quarti di quadretti bucolici) li separano, sentieristicamente, mentre arcaiche e oziose musichette poste al di là dell’universo narrativo riecheggiano di tanto in tanto.

Rohmer, il grande maestro ormai vecchio e probabilmente semirincitrullito, decide di chiudere la sua gloriosa carriera da cineasta infischiandosene beatamente dell’impegno sociale, dello scontato tema della morte appollaiata dietro l’angolo. Preferendo circondarsi di imberbi attorucoli, inetti e seminudi, come nel tentativo di impadronirsi per osmosi di qualche brandello della giovanezza dei loro corpi. Involucri low budget sorprendentemente opachi, così incapaci di riflettere, se non in modo un po’ ridicolo e approssimativo, quei doverosi metri cubi di genuina e oltraggiosa sensualità che uno si aspetterebbe da un’opera di questo tipo. Nel Seicento. Duemilacinquecento anni fa. Oggi. Siempre.