Sto parlando dei quattro episodi della prima (e ultima? Google non aiuta, lo scoprirò solo vivendo) stagione. Mi ha colpito il commento-stroncatura di uno che più o meno suonava «Diteci qualcosa che non sappiamo». Beh, non sono tanto d’accordo, a costo di fare la figura di quello disperatamente niubbo. Molte delle cose che vengono raccontate nella serie sono ben conosciute, certo, o comunque facilmente immaginabili, sia a livello generale (tutta la retorica su com’è l’ambiente delle corse, ecc.), sia nello specifico, addentrandosi cioè nelle particolari difficoltà della travagliata stagione McLaren presa in esame, già abbondantemente sviscerata dai media in precedenza. Ma è innegabilmente eccitante il modo in cui il temino viene svolto. Il veloce ricordo in apertura di Ron Dennis, l’artefice, il simbolo di tanti successi, scaltro, potentissimo ma evidentemente non abbastanza da poter rendersi eterno e intoccabile in un mondo regolato dalla logica spietata imposta da vittorie, tempi e risultati. Il modo discreto, avvolgente nel quale veniamo introdotti nell’incantevole sede della scuderia, fatta di giardini, lusso, vetrate, storia, parco macchine, rapidi siparietti sempre un po’ sinceri, un po’ posticci, gente indaffarata, meccanici al lavoro, ovunque, presentazioni grandiose ma non troppo, dorata tamarraggine. Il commento musicale sempre così incisivo, perfetto, penetrante. Il fascino della normalità di uomini così speciali da meritare di essere ricompensati con somme oltre ogni immaginazione nonostante l’apparente, dimessa, familiare mediocrità delle loro considerazioni, dei loro comportamenti, del loro modo di sbracciarsi di fronte alle difficoltà. Le vicende umane così differenti dei due piloti (ho sempre adorato il fatto che nello spiccato plurilinguismo in voga nella F1 lo spagnolo “piloto”, approfittando dell’ininterrotta Babele, prevalga spesso naturalmente sul corrispondente e quasi identico termine italiano, quando il parlante adopera la nostra lingua). Ma soprattutto la faccia di Alonso all’insegna dell’osanghechitemuort più assoluto quando capisce che anche quell’anno la macchina sarà un catorcio. Il fascino sta lì, mesi di lavoro nell’oscurità, allenamenti meticolosissimi, meccanici che si fanno il culo pure di notte, professoroni che hanno studiato i più insignificanti dettagli di qualsiasi cosa e in un attimo si capisce che è tutto, tutto ancora una volta da buttare al cesso, e il resto della stagione sarà solo un continuo, penoso annaspare, inseguire, cercare di arraffare scompostamente le briciole.

Perché la McLaren ha deciso di mettere in piazza la sua crisi in questo modo (sì, la decisione di fare il documentario è venuta prima, ma dopo le due disastrose annate precedenti non credo fossero così incoscientemente ottimisti da aspettarsi chissà cosa, anche se chi occupa i posti decisionali in strutture del genere un po’ spericolatamente ottimista deve esserlo di natura). A mio modo di vedere c’entra un po’ il modo di “vendersi” attuale, i social, quell’approccio lì, paraculo, alla Taffo. Un tempo forse a nessuno sarebbe venuto in mente di immortalare e consegnare alle masse momenti tanto (prevedibilmente) sfigati. Ma evidentemente si punta sull’effetto simpatia. Ok, non possiamo vincere, ma almeno facciamo quelli sul pezzo e alla mano che ti spalancano davanti agli occhi l’orifizio anale mentre cagano per farti vedere che, per te, non hanno segreti. Quelli che se lo spettatore non va da loro, perché troppo preso dalla battaglia per le prime posizioni, o da altro, loro vanno a prenderselo direttamente su Netflix (sì, è Amazon in questo caso, ma il concetto è quello). Quelli dei quali si parla, in qualche modo, in giro. Chissà che in questo modo gli sponsor (più volte nel documentario è rimarcata la loro crucialità) arriveranno, o si mostreranno più generosi.

Il limite della serie è, ovviamente, per chi l’ha apprezzata, come me, la sua inqualificabile brevità. Se ne vorrebbe di più, e la sensazione finale è di complessiva insoddisfazione, nonostante i bei momenti trascorsi insieme. Ma, se vogliamo, tutta l’operazione è penalizzata da una falla originale, insanabile. Voglio dire, i grandi film sulle corse hanno, per ragioni intuibili, come protagonista gente che, se non vince, almeno arriva seconda, o crepa nel tentativo di primeggiare, lottando eroicamente. Qui è evidente perché abbiano troncato il tutto così bruscamente (no, a quanto pare il fatto che abbiano sfanculato la Honda a un certo punto non c’entra, sono dicerie). Vedere Alonso che insulta i suoi via radio un giorno sì e l’altro pure mentre lotta come un leone con Stroll per tenere la quindicesima posizione, con Vandoorne che si ritira mestamente sullo sfondo, potrà essere interessante una volta. Ma non è una roba che possa prevedibilmente intrattenere a lungo. E poi esporsi un po’ al pubblico ludibrio può avere sì dei vantaggi, eccedere nel farlo in un’esplosione di masochismo irrefrenabile forse no. (Piccola parentesi sull’adorabile immensità dell’ego dello spagnolo che, a esperienza McLaren conclusa, definì il suo ex compagno uno dei più grandi talenti della F1, nonostante questo fosse poi stato schifato e denigrato apertamente pure dalla Toro Rosso, in base all’ineffabile considerazione che rimediava puntualmente da lui, l’iddio indiscusso e totale delle corse, distacchi leggermente meno biblici rispetto a un Kimi forse all’epoca, diciamocelo, non proprio a prova di test alcolemico).