L’aspetto veramente imponente di House of Cards è la sigla. Sì, ok, non si sono inventati niente, la frenesia del traffico (già old ai tempi di Madonna e Biagio Antonacci), la musica che narra solenne il senso della vita in una città spettrale popolata da creature che esistono soltanto in quanto schifidamente assetate di potere, il tempo che scorre mentre i mortali muoiono e le statue, maldestre imitazioni prive di particolari opinioni, invece restano scolpite lì, senza che nessuno se le cachi. Però l’insieme è realizzato benissimo, passerei ore e ore a riguardarla, Jeff Beal spaventami pure il gatto con i tuoi bassi rimbombanti, mi hai conquistato per sempre il cuor. Per il resto, non ho letto recensioni, ma mi pare che il sentire diffuso sia che la serie parte bene, ma poi ha un crollo verso terza stagione (ma forse pure la seconda?). Parere poco originale (oh, dite così sempre di tutto, fateci caso: “Erano meglio i primi album, non ci sono più le mezze stagioni, ecc.”). Però un po’ è vero, i cambiamenti caratteriali nel corso della terza mi sono sembrati forzati. Robin Wright, che non batteva ciglio nemmeno quando Kevin Spacey le diceva “Scusa, cara, finisco di sciogliere il bambino nell’acido poi vengo a correre con te”, improvvisamente si scopre sensibile paladina dei diritti gay e quant’altro. Il tizio che assomiglia a Bersani, sì, insomma, il capo della macchina elettorale che resta sempre una figura un po’ insipida, i disabili rambizzati poi sono sempre molto credibili. Le storie d’amore infilate per condire il tutto e pompare l’odiens sono infinitamente peggio dei continui spot poco occulti alla Apple, alla Dell e alla PS Vita. Remy. Ma che mi rappresenta Remy, dai. Io uno così insignificante non lo assolderei nemmeno come addetto alla macchinetta del caffè. L’aspetto maggiormente riuscito trovo sia la descrizione della politica quale mercato del pesce: se mi voti io ti do i fondi per la sagra del fagiolo, o qualche altra cacchiatella insignificante che ti sta tanto a cuore perché, dopotutto, tu sei insignificante, dentro. Alla fine, viene data una rappresentazione, anche tematica e di situazioni, che avvicina molto gli States alla nostra realtà, insomma, gli ambientalisti isterici e poco intelligenti che cacano il cazzo, gli intrighi dalle dimensioni mastelliane, questo in barba alla narrazione imperante dei sedicenti uomini di mondo secondo la quale “Ah, ma lì è tutto così diverso, non puoi capire… Questo in America non accadrebbe mai, non è assolutamente paragonabile” e bla bla. Poi, sì, non si può non parlare del grande rapporto di complicità che lega Robin a Kevin (sagacemente descritto da quell’ameba dello scrittore nel suo primo capitolo), lui non potrebbe esistere se non esistesse lei, lei non batte ciglio nemmeno se lui si tromba a sangue le giornaliste davanti ai suoi occhi, perché, uuuh, il loro rapporto è così moderno, profondo e affascinante… Alla fine la solita gente che non capisce una fava di realpolitik e annessi che pensa che un presidente USA possa governare come se ci si trovasse nel magico mondo dei Mio Mini Pony rosa spinge inevitabilmente a parteggiare per la malvagia coppietta.