Spesso si odono mormorare in giro cose disdicevoli sul cinema italiano. Si insinua che faccia cacare mandolini infuocati, che sia ormai lontanissimo parente di quello di una volta, che i Fellini, gli Antonioni e i Monicelli forse a questo punto non risusciteranno mai più. Si abbaia poi, non senza una certa esibizione di sdegnato raccapriccio, in direzione dei nuovi registi/attori/visagisti, tutti irrimediabilmente incapaci e raccomandati. Una casta di nullafacenti culattoni sfuggita all’irresistibile richiamo delle miniere grazie al miracolo dei Grandi italianifinanziamenti pubblici, sempre più ingenti e scandalosi. Le timide voci fuori dal coro, come quella di De Niro (“Ho accettato di fare Manuale d’amore 3 perché ho trovato belli i due precedenti e il regista Veronesi è una brava persona”), vengono subito azzittite e ridicolizzate senza pietà.

Per cercare di capire quanta verità ci sia in ciò e fino a che punto si spinga il degrado, ho deciso spontaneamente (ma anche no) di visionare, per ben tre volte, un film recente di quelli che altrimenti non avrei sfiorato nemmeno con una canna da pesca. Una produzione italiana che per giunta tratta di italianità a tutto campo e non cerca di nasconderlo, anzi, ne va orgogliona sin dal titolo.

ItalianS di Giovanni Veronesi è un film composto da due episodi, ben distinti e autonomi, come si faceva una volta. Nel primo, i protagonisti indiscussi sono Castellitto e Scamarcio, autori di una scalcinata avventura araba on the road tra dune polverose, Ferrari rubate e luoghi molto, molto comuni. Nonostanti alcuni fastidiosi e ruffiani momenti di italianità mista a buonismo, e la scultorea inespressività del giovane putto tranese, l’episodio scorre via gradevole e refrigerante come una lattina di sperma appena estratta dalla ghiacciaia. Castellitto, va ammesso, non è così male con le sue rughe e le sue macchiette pseudopoetiche capaci di restituire efficacemente il ritratto del padre di famiglia di mezza età, ignorante e furbacchione (meno di quanto creda alla fin fine, per via del colpo di scena), e ci sono perfino momenti di dozzinale similbrillantezza spalmati qua e là.

Il secondo episodio, dalle premesse e dallo svolgimento ancora più improbabili, vede Verdone nei pallosissimi panni di un dentista lamentoso e pieno di acciacchi che un destino malvagio conduce a puttantoureggiare in quel di San Pietroburgo. Il suo Virgilio è il simpatico Dario Bandiera, folkloristico cazzone siculo in trasferta, sempre armatissimo di costose mignotte e macchinoni esorbitanti.

Anche qui una patina di buonismo avvolge tutto: l’italiano è sì furbo tamarro e volgave puttaniere, ma in fondo animato da buoni sentimenti, e quindi. La redenzione sta sempre dietro l’angolo. Il pappone inguaia sì il dentista, ma poi lo salva in calcio d’angolo dalle ire della malavita bolscevica senza scrupoli e gli si dimostra comunque affezionato nei suoi modi singolari e un po’ appiccicaticci. Partito (quasi suo malgrado) per trombare, il dottore finisce inevitabilmente per riciclarsi come solida figura paterna allo sbaraglio in grado di gestire e intrattenere – grazie all’innata e irresistibile verve italica – inquietanti quantitativi di ragazzini famelici e ultravivaci.