Jean Seberg era così eccessivamente bella scolpita nel marmo momentaneo dei suoi ruoli, o anche solo lungo le magiche strade asfaltate in bianco e nero, solcate da personaggi a bordo di autovetture leggendarie, mentre fissava vetrine su vetrine con sincerità, il suo sguardo sembrava nascondere qualcosa, soppesare di continuo nuovi pesi, intrasmettibili, ma era bella così, con un numero eccessivo di amanti, soprattutto perché vera con la depressione insanabile, nella dimensione carismatica della sua fragilità, con la CIA e l’FBI che non le davano pace con i loro complotti e i loro barbiturici non sono bastati per cancellare Squitieri e Bevilacqua, ma la Cinémathèque è un luogo dell’anima dove il suo profumo resterà comunque inascoltabile.