La fantastica signora Maisel sarebbe probabilmente la migliore serie televisiva di sempre (vabbè, più o meno) se le serie televisive durassero soltanto un episodio. Visto che non è così, succede quello che era prevedibile succedesse, dato che l’autrice è la stessa di Una mamma per amica. La parola d’ordine è «diluire». L’inevitabile e temuta gilmoregirlsizzazione, pur presente in robuste dosi, comunque alla fine non risulta troppo insopportabile. L’opera, incentrata sull’universo femminile in espansione, come da trademark, presenta i soliti dialoghi pseudobrillanti a mitraglietta, il solito inestricabile vestiario buffo-elegante, i soliti spettacolini d’intermezzo similcircensi di gente stramba che si offre allo sguardo altrui strambamente, i soliti parenti che si intrufolano, gli immancabili personaggi contorti ma forse poi non così profondi da paranoie un po’ forzate e non così interessanti come ce le vogliono vendere. Chiaramente è messo tutto su in maniera molto accurata, il mondo che si vuole ricostruire è stato edificato mattone per mattone (a volte sembra che dallo schermo urlino: «Guarda, c’è anche questo particolare! Notalo, e fammi i complimenti, che aspetti?»). Gli accessori sono tutti al loro posto, pronti per essere eventualmente e anche fisicamente travolti o sfasciati, nell’ottica appena descritta. Ma sembra un po’ di vedere figurine che si agitano freneticamente su questi scenari bellissimi, patinatissimi e abbastanza posticci. Spicca l’Emmy probabilmente strameritato di Luke Kirby o Lenny Bruce in grado di portare una ventata di carisma e autenticità. Le battute, un po’ come in Gilmore Girls, più che essere divertenti – a volte lo sono, capiamoci – sembra stiano lì per riempire (rumorosamente) un vuoto. Un grande, profondissimo vuoto cosmico interiore. Un po’ simile a quello di coloro che postano in continuazione l’equivalente di «cagatemi» sui social network, gente che non sa stare da sola un minuto. La seconda stagione, se ben ricordo, è in gran parte così. Non proprio essenziale, diciamo.

Su qualche manuale ci dev’essere scritto che le storyline secondarie sono importanti per dare spessore e coinvolgere lo spettatore facendolo sentire partecipe di un brulicante mondo. Qui lo sforzo è meritevole (in tutta la serie è stato profuso uno sforzo ragguardevole, questo va detto). Ma, alla fine, di quello che fanno gli altri personaggi che vagano sullo sfondo francamente non è che importi proprio tantissimo. Il padre di lei sembra interessante, bell’attore, si agita scompostamente alla ricerca – fuori tempo massimo – di un senso da dare alla vita, di un centro di gravità permanente. Sì, dopo tre stagioni l’abbiamo capito che è tormentato, ma forse manca qualcosa a livello di credibilità complessiva del suo girovagare come un’anima in pena scornandosi col suo passato, dei suoi malriposti affanni. La mamma boh, mi pare una cosa un po’ troppo forzata, e comunque chi se ne frega. Joel non mi sembra definitissimo. Secondo me lo sa anche lui, e se ne duole. Shy è costituzionalmente troppo sempliciotto per spiccare il volo. Un pupazzo costretto per contratto dalla vita a essere solare ma che a causa di una cronica mancanza di personalità deve rifugiarsi in stereotipate e malinconiche trasgressioni. È talmente poco significativo che non ha nemmeno la forza di affrontare di persona la protagonista per licenziarla. Molto promettente invece è Reggie, ma fin qui si è visto troppo poco per capire dove possa arrivare, in quanto a lato maledetto e oscurità, pene interiori che gli danno quel qualcosa in più a livello di fascino. Susie ci sta, brava anche, ma insomma, se vogliamo la contrapposizione con la protagonista (così diversa da lei sotto tanti aspetti) è una roba un po’ scolastica e telefonata. Midge naturalmente è bravissima e variopintissima (attrice e personaggio), mi chiedo quanto potrà durare così, a meno di evoluzioni sorprendenti. Voglio dire, la caratteristica “umoristica”, la trovata ricorrente e nettamente più interessante, quella che l’ha maggiormente e più pervasivamente caratterizzata finora è consistita nel farle spiattellare senza inibizioni, durante gli show, quello che pensa dei vari maschi (marito, padre, datore di lavoro). Con l’ovvio e salato conto che il mondo reale e il patriarcato ogni volta le presentano per ciò. Per Midge questo pare essere un metodo espressivo e comunicativo assolutamente naturale e irrinunciabile, un po’ come, non so, il rutto libero per gli avventori del bar sport. Ora la carta è stata ampiamente giocata, si va avanti osando qualche altra magia o ci toccano ulteriori ripetizioni (forse superflue, se non si vuole strabordare nella macchietta) del concetto? Altro tratto saliente del carattere della protagonista è il suo modo di vivere le rivalità amorose (Petty o come si chiama capricciosamente dileggiata nella solita piazzata pubblica, il principio di approccio all’O.K. Corral con la nuova fiamma orientale del marito nel locale, e scommetto che anche qui ne vedremo ancora).

Vabbè, comunque non voglio essere sempre troppo negativo, nel complesso è un’assai bellina e florida serie, specie considerando le alternative (vedi post precedente in questa categoria: per la disperazione, nel timore di iniziare quello che si sarebbe rivelato l’ennesimo, interminabile papocchio a puntate, mi sono buttato su Friends, che avrà i suoi lustri e i suoi limiti da sitcom nazionalpopolare, ma almeno mi dà la garanzia di offrire qualche momento gradevole, pensate come sto messo)(spoiler alert: Friends capolavorone, detto dopo le prime due stagioni, altroché) . E soprattutto, La fantastica signora Maisel è una serie «dove le persone parlano tra di loro», e di questi tempi, credetemi, ciò non è affatto poco.