La musica tamarra o poppeggiante pompata al massimo quando occorre dare una sensazione di opprimente vacuità e vanità. Le rughe scolpitissime di Servillo (assai più vecchio d’aspetto che anagraficamente) messe a sigillare un flashback, una frase arguta, a dare o a cambiare da sole significato a una scena. La risposta alla ricerca, ormai sempre meno affannosa, di un senso alla vita. Risposta che ovviamente non arriva mai. I personaggi di contorno poco significativi, mediocri, stupidi, frivoli o volutamente solo abbozzati, o fatti sparire velocemente. La trama appena accennata, tanto che importa, quello che conta è questo personaggio(ne) oramai alla deriva che racconta se stesso, le sue rughe, ma alla fine non gliene frega neanche poi tanto di raccontarsi o di raccontare la pochezza di chi gli sta intorno, troppa fatica, chi gliela fa fare. Ormai l’abbinata Sorrentino-Servillo sappiamo quello che può riservare alla causa. E quello che, forse, non potrà mai dare. Il Divo un po’ mi indispone, dovrei rivederlo, ma tra i film di Sorrentino è quello che mi ha preso di meno, sì, la grande maschera mefistofelica dell’italiano più italiano di tutti, tra scomodo cinema di denuncia ed esistenzialismo, l’Andreotti solingo che ha consacrato tutto se stesso al potere… mah, meglio un Titta Di Girolamo qualunque, più anonimo, più vero, con meno pretese, con meno gente pronta all’applauso facile perché “Zomg, che coraggio andare a toccare un potente così in questo Paese marcio e ultracorrotto!1!1”.

Le critiche che La grande bellezza ha ricevuto a suo tempo sono state sicuramente eccessive, anche se non del tutto campate in aria. Sì, è fatto per compiacere gli americani, per i quali cinema italiano = un certo Fellini (ma il risultato è ottimo cinema italiano, anche se un po’ di maniera, quindi sticazzi). Sì, avrebbe potuto ambientarlo tranquillamente pure da qualche altra parte, e tutte le lunghe, solenni riprese di ponti e monumenti suonano un po’ paracule. Sì, la ricerca della frase a effetto è presente e ostentata (però sono gran belle frasi a effetto: “Non volevo solo partecipare alle feste, volevo avere il potere di farle fallire”, o com’è esattamente… Cioè, tu che gli vuoi dire? O tutta la roba poetica con la quale si conclude il film, l’esistenzialismo ha leggermente scalfito le balle, ok, ma almeno qui siamo a raffinatissimi livelli). Sì, la domanda “ma dove li piglia questo i soldi?” aleggia gigantesca nella testa dello spettatore per tutto il film. Sì, il flashback della prima fidanzatina che gli ha fatto vedere le tette non sarà il massimo dell’originalità o dell’ingegno, e vabbè, ma uno che deve fare, dopotutto siamo esseri umani, modesti, prevedibili, e la prima fidanzatina ha il suo peso. Sì, la scena coi fenicotteri è un po’ posticcia, così come certi dialoghi, per esempio quello con la tizia “io non sapete chi sono io ho fatto undici film tutti impegnati io”. Ma a sentire i social dell’epoca Sorrentino avrebbe dovuto come minimo darsi fuoco per espiare (“aaaaah, vergogna, la scena coi fenicotteri, scandalo, non mi sono mai annoiato così tanto, ma si può sapere cosa vuol dire? ariaaaaah, i fenicotteri, inaccettabile!!!11 ariariaaaaah, più ripenso a quei fenicotteri e più mi indigno, non so darmi pace, com’è possibile che in un Paese civile sia stata permessa una cosa del genere?!?!1!”, e poi alla fine quella famosa scena dura poco, non è pallosa, e dove voglia andare a parare il film si capisce benissimo, pure troppo, se volete una trama raccontata scolasticamente c’è Transformers).