Come spesso accade in questo blog non cercherò di fare un’asettica recensione dell’opera in questione, sicuramente già vivisezionata in ogni suo aspetto dai più illustri critici, ma mi soffermerò sul modo in cui l’ho vissuta, cercando di far scaturire dal profondo considerazioni che possano essere di un qualche vago interesse. O che sembrino almeno sensate. O anche chissenefrega. Da piccolo andavo poco al cinema, per varie ragioni. Nel paese in cui ero costretto dagli eventi a vivere i locali adibiti allo scopo erano quasi inesistenti, quei pochi venivano dati alle fiamme si dice perché incassare dalle assicurazioni era più redditizio che tenerli aperti. Oppure a un certo punto si decideva di dedicarli esclusivamente alla programmazione a luci rosse, in grado di coinvolgere fasce ben più ampie di pubblico e quindi di risultare maggiormente remunerativa. E poi. Padre appassionato prevalentemente di programmi bucolici nei quali intervistavano la gente che pigiava l’uva coi piedi, tutta bella rubizza, la saggezza indubitabile della natura e cose del genere. Insomma, la TV come improbabile sostituto di quella vita agreste e un po’ terrona che il sopravvento dell’asfalto e del cemento armato, nonché la civilizzazione imperante, gli avevano impedito di vivere. Cinema quindi manco a parlarne. Madre che invece disdegnava per partito preso i film vagamente recenti – diciamo dal 1970 in avanti – o appena usciti, prediligendo quelli con Ava Gardner e Clark Gable, nei quali, aspetto importantissimo, si dicevano meno parolacce.

Detto che La mia Africa è indubbiamente una meraviglia nonché uno dei miei film preferiti di tutti i tempi, non posso non ammettere una certa delusione conseguente a questa seconda fruizione dell’opera, a qualche anno di distanza dalla prima. (Le dimensioni assai minori del televisore usato, per un film che deve molto del suo fascino ovviamente alle suggestive inquadrature di paesaggi fantastici e incontaminati, così lontani dalla realtà quotidiana dell’uomo occidentale, avranno influito? Mah). Un aspetto che mi ha impressionato è il mio non ricordarmi quasi nulla, a parte proprio le cose basilari, tipo lei che aveva questi due uomini, il rogo terribile della fattoria e, sì, poi c’era l’Africa, con i suoi leoni, le tribù e tutto il resto del repertorio. Ma la quasi totalità delle scene, puff!, svanite dall’hard disk della capoccia, incredibilmente è come se le avessi viste per la prima volta, non so se è l’Alzheimer galoppante o cosa. Nonostante questo, sospetto che la “riduzione del godimento percepito” sia dovuta come spesso accade alla minore freschezza, probabile che quello che ho rivisto fosse un po’ ciò che mi aspettavo, inconsciamente, di rivedere.

Capiamoci, La mia Africa è un capolavoro di proporzioni epiche, oltre che per le sue qualità estetiche e per il livello della recitazione ad esempio anche per il modo sapiente e delicato nel quale tocca e riesce a far sviluppare le sue varie tematiche portanti, tra le quali spicca la peculiare visione “animalista” di Robert Redford (sì, certo, del tizio impersonato da). Visione per la quale alla fine si sentiva un animale anche lui e, nonostante il romanticismo esternato in alcuni momenti, non poteva essere totalmente ingabbiato nel rapporto con la ricca possidente danese alla comprensibile ricerca di sicurezza e stabilità nei rapporti umani più fondamentali in un posto comunque tanto sperduto. E poi lei che man mano cambia, introiettando l’Africa dentro di sé, grazie anche e soprattutto al rapporto col suo secondo e così affascinante e profondo uomo. Muta il suo modo di convivere con la natura e gli animali, i leoni da corpo estraneo da abbattere senza indugio diventano un elemento centrale e irrinunciabile dello scenario, i veri padroni e i dominatori ai quali l’uomo bianco, ultimo arrivato e ciononostante pieno arroganza, deve portare rispetto. Quindi vanno fatti fuori educatamente solo se proprio sono lì a un centimetro che ti stanno per staccare la capoccia. L’approccio “de sinistra” di lei (del resto non so se ci sia anche nel film, ma la scrittrice pare collaborasse con un giornale orientato da quella parte), quindi tutto lo sbattimento per salvaguardare gli indigeni, i bambini mandati a scuola quasi come se fossero i figli che lei era impossibilitata ad avere, ecc. Ottenendo il giusto riconoscimento di “colonizzatrice illuminata”, da tutti tranne che da parte del capo anziano, o quello che era, che dall’alto della sua saggezza punk non si lascia intortare: memorabile la battuta sul fatto che imparare a leggere non avesse reso i britannici delle persone migliori, e quindi non serviva. Insomma, c’è tutto il solito pastone retorico ambientalista e terzomondista un po’ discutibile (i cacciatori animalisti raccontandosela a modo loro li manderei pure un po’ affanculo, poi, certo, il contesto, era un’altra epoca, ecc.). Però è tutto fatto benissimo: il sapore quasi da Amaro Montenegro delle storie e delle vite che si intrecciano, col fuoco (mano d’iddio, come da narrazione, ma volendo anche il caso, cioè l’elemento in assoluto maggiormente in grado di cambiare, dirigere e sconvolgere la storia umana) che pone fine al sogno tanto a lungo cullato; la bellezza imperfetta, un po’ selvatica della giovane Meryl Streep; di una che dalla fredda e formale Danimarca va a vivere questa avventura incredibile praticamente su un altro pianeta, e ci fanno sopra un film di queste dimensioni, con questa melodia portante così straziante… Shut up e prenditi tutti questi sette Oscar, ma pigliatene pure otto o nove, per quanto mi riguarda, se vuoi.

La verità è che vengo da un periodo nel quale ho visto soprattutto tanti episodi di serie TV, disabituandomi quindi un po’ al “formato film”. Guardando molti film di seguito ti risultano più immediatamente evidenti e fastidiosi i difetti “strutturali” tipici delle serie TV, e vicersa. Per quanto La mia Africa sia un film piuttosto lungo (due ore e quaranta) la vicenda da narrare è particolarmente ampia e importante, insomma, si tratta di qualcosa di molto ambizioso. Non ho ancora letto Out of Africa di Karen Blixen, ma non mi stupirei di trovarlo addirittura superiore alla sua pur riuscitissima trasposizione cinematografica, come spesso accade in questi casi. Insomma, è il solito discorso che faccio (e immagino di non essere il solo a farlo). Nei film è tutto molto (a volte troppo) compresso. Un assaggio quasi simbolico di ogni portata e via, quello che non viene mostrato della storia te lo devi immaginare (un grandissimo pregio ma talvolta anche un limite), si va per intuito, un po’ di fretta e furia. Mentre la lentezza è uno dei “sentimenti” prevalenti in Africa, è una delle chiavi necessarie per viverla, capirla e comunicarla, per cui anche una lunghezza della pellicola a momenti quasi doppia rispetto a quella “standard” sembra insufficiente. Mi ha colpito per esempio il ruolo del primo marito, pare quasi un conoscente qualunque che va lì a intervalli regolari un po’ imbarazzato, quasi per ricordarci che esiste, a estorcere denaro, fare visita, chiedere un divorzio, strappare un bacio, portare notizie di morte. Manca forse un pizzico di mordente. L’attore in tutto ciò riesce a piazzare quelle quattro o cinque espressioni facciali azzeccate che giustificano gli sbrilluccicanti riconoscimenti ricevuti e che riescono a delineare efficacemente il personaggio (sostanzialmente un approfittatore dedito al soddisfacimento spiccio delle sue passioni e al godimento dei piaceri offerti da quel tipo di vita, però alla fine non è poi così stronzo, anzi, pare abbastanza affezionato).

Ma forse se ne vorrebbe di più (e questo desiderio è per l’appunto alimentato da tutte le serie TV viste, che invece si soffermano così a lungo su tanti dettagli e personaggi, pur essendo funestate generalmente da altri difetti). “Se ne vorrebbe di più” anche con riferimento ai Kikuyo (che vengono descritti con quell’ovvio pugno di danze, di canti e di altri elementi folkloristici, usati per lasciar intuire allo spettatore che erano importanti in quell’ecosistema e che Karen ci teneva tanto, ma non si ha mai la sensazione di “viverli” più di tanto). Stessa cosa per il rapporto tra Karen e Finch-Hatton, si passa subito dall’idillio delle scene avventurose agli scazzi da coppia sull’orlo della crisi conditi con un po’ di filosofia spicciola: troppo poco. Idem per Farah, qualche traduzione per sottolinearne le capacità e la sensibilità umana, qualche servigio prestato con solennità mista a rispetto e simpatia, qualche primo piano dei labbroni e dello sguardo carismatico condito da frasi auliche e via, dobbiamo capire che Farah significava tantissimo per Karen (bello, però boh… Oh, chiaro che mi rendo ben conto che con centosessantuno minuti già eravamo al limite del commercialmente proponibile). Ovviamente mi si potrebbe far notare che mi contraddico, dato che altre volte elogio sperticatamente il “minimalismo narrativo”, per esempio con allusione ai videogiochi simbolici in grado di esprimere tanto, e addirittura di narrare, con tre pixel in croce. Ma penso di aver risposto poco sopra a questa obiezione (in sostanza, il minimalismo non si adatta a tutto, dipende dalla vastità e dalla grandiosità degli obiettivi che il narratore si pone, ecc.).