Ok, La nostra vita non sarà un capolavoro in grado di ridefinire i parametri del verismo all’italiana (ma solo un bel film, ed è già tanto, viste le condizioni disastrate del cinemanostrano). Ok, la La nostra vitascena in cui lui stupra in modo stilisticamente impeccabile la vecchia canzone di Vasco al funerale della moglie è stata preparata apposta per permettergli di sfoggiare anni e anni di studi teatrali, e si vede (ma la sensazione è che il detentore del prix d’interprétation masculine sia in grado di domare alla perfezione ciascuno dei pixel che compongono la sua incolta barba, del resto continuamente al centro delle attenzioni voyeuristiche da parte di una cinepresa affamata di primi, primissimi piani).

Ok, il film termina proprio quando uno si aspetta che cominci, che ci sia una morale a questa storia e che Germano venga giustamente condannato senz’appello per il reato di italianità media e un po’ molesta dal gran tribunale dei cinefili moralisti con il culo rigorosamente altrui. Ok, Raoul Bova fa da tappezzeria nell’improbabile ruolo del fratello sfigato con le donne, e avrebbe potuto essere tranquillamente soppresso insieme magari a una mezza tonnellata di parenti, amici, conoscenti dalle dubbie capacità, messi tanto per ricordare la santità della famigghia (che, nonostante tutto, nel momento del bisogno è pronta a tirarti fuori dall’oceano di merda essiccata nel quale ti sei eroicamente cacciato).

Ok ok la ricostruzione spietata dell’insano e folkloristico pianeta edilizio italiano, l’intrecciarsi continuo di illegalità e tenerezza, entusiasmi e lutti, cinismo e vita, affetti e consumismo impazzito, sensazione di impotenza e passi irragionevolmente più lunghi di qualsiasi gamba, arricchimenti morali ma anche e soprattutto materiali.