C’era una volta in Transnistria. Il commento sull’opera di Salvatores potrebbe concludersi qui, ma l’Associazione Mondiale Blogger non permette la pubblicazione di articoli così brevi e allora. Da quanto letto in giro, l’autore del romanzo dal quale è tratto il film, Nicolai Lilin, pseudonimo di qualcosa di inesorabilmente più complicato, sarebbe un mitomane che si è inventato un po’ di robe per ottenere il prestigioso marchio TRATTO DA UNA STORIA VERA!1!!1, che come sappiamo al cinema tira quanto la fica. Non ho visto se recenti sviluppi lo scagionino dall’accusa di essere un cazzaro, ma certo la puntuale benedizione di Saviano (“Zomg, ho incontrato l’eroe senza macchia e senza paura che racconta la gomorra transnistriana, è ganzo quasi quanto me!”) me ne dà la semicertezza. Qui un po’ di, chiamiamole, imprecisioni.

Il povero John Malkovich (solita interpretazione smisurata) è costretto a indossare i mutandoni del nonno che fa rispettare le presunte, barbosissime tradizioni degli Ukra, che, sì, truffano, rapinano e trucidano le genti, ma, ehi, hanno un codice etico loro: niente droga e stupri, e poi banche merda siempre e sbirri brutticattivipupù e quindi a questi si fa bene ad andargli in culo, iddio è con noi, VxVendetta e Appeppecrillo pure. Il tutto, sospetto, nel rispetto e nell’approvazione ammirata di Salvatores, visto che la retorica fuffosa del “criminale onesto” dovrebbe rientrare in quell’ideale di anarchia e libbertà che lo spinge a filmare. Ciononostante lo schema “ggiovani ignoranti ed esuberanti che se ne vanno in giro a compiere atti di bullismo finché qualcuno di loro schiatta, pagando ingiustamente solo lui lo stile di vita esagerato del branco, o viene messo ar gabbio, o subentrano pesanti scazzi interpersonali insanabili, e in mezzo a tutto ciò c’è sicuramente una donna” risulta sempre abbastanza godibile (almeno fino alla quarantacinquesima esecuzione). Specie in presenza di un paio di scene ben girate (colombi e seggiolini su tutto), come in questo caso.

Il fatto che la ragazza pomo della discordia finale tra il criminale riflessivo e quello più sanguigno e istintivo sia matta sembrerebbe un interessante diversivo al tran tran di violenza e saccheggi. Ma alla fine Xenja resta un personaggio dalle potenzialità inespresse (almeno avessero fatto decollare un po’ la storia d’amore, a tratti sembra quasi che Kolima la viva più come un accollo che altro), appiccicato con lo sputo tanto per creare forzatamente altri momenti di anarchia e poesia da ipermercato. (La scena ha strappato elogi sperticati, ma lei che suona il piano dopo la morte dello sfigato della cumpa ha quel retrogusto come di B-side di Baricco). Alla fine il pregio più grosso del film sta nella carenza di quell’autoreferenzialità che affligge, come si sa, gran parte del cinema italiano contemporaneo: non c’è una famiglia in crisi isterica con papà e Margherita Buy in perenne lotta per futili motivi, né Silvio Orlando che fa il professore comprensivo o metafore sull’Italia di oggi ricercate anche nelle fette biscottate e che paiono uscite da Concita De Gregorio. Può sembrare poco ma di questi tempi è già tanta roba.