I vicini di casa sono il nemico. I musi gialli neri verdi bianchi blu a pallettoni sono il nemico. Il passato è il grande nemico-amico farcito di medaglie e di sorprese. I grandi ombelichi avanzano spudoratamente, scoperti, insieme al sentimento anticoreano, e la chiesa col passare degli anni è sempre più impotente, lucidatissimamente ferma in garage come le macchine d’epoca che sfrecciano nella rimessa o in giardino, baciate dal sole. L’impotenza è nulla senza il controllo del territorio che è sempre importante in questi films. Si sa. Le bande giovanili diventano sempre più ignoranti e più moleste, entrano nella vita del comune cittadino che sogna girovagando a occhi chiusi e libri aperti soltanto di diventare protagonista, ungiornochissà, del futuro dell’edilizia. E del proprio futuro. Le bande giovanili non sono più soltanto uno starnazzante stereotipo di contorno pronto a immolarsi sull’altare della cinematograficità più cafona dopo aver sparacchiato battute a effetto per un po’, ma accerchiano compatte il pacato pagatore di tasse, la sua famiglia e i suoi valori di riferimento, orinandone pignolescamente gli angoli. Ed è a quel punto che il cowboy ultraconservatore mette in gioco se stesso e tutte le badilate di razzismo che si porta dentro, lascia gli affetti e gli spaghetti western per puntare le sue pistole immaginarie, fatte di ossa rotte e suggestive nocche di dita antiche nodose.

Il vecchio metalvaccaro ha solo tre espressioni, ma importanti. Le usa per digrignare brevi dichiarazioni che ammoniscono e penetrano la corazza dei musi, la massa amorfa dei nemici, dei parenti ciccioni incredibilmente, squallidi incredibilmente; che scavalcano lo schermo e le altre barriere architettoniche in grado ancora faticosamente di dividere la macelleria reale da quella immaginaria; che separano vicini di pianerottolo che ormai sanguinano sempre di più questo desiderio di sciogliere le rispettive diversità e ostilità linguistiche e gastronomiche nell’immensità definitiva dell’abbraccio chiarificatore.

Gran Torino

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