Una serie TV che spernacchi gli hipster non può che ottenere i miei incondizionati favori, ma sarebbe riduttivo pensare a Portlandia in questi termini. Si tratta anche e soprattutto di un grosso giocattolo che, a partire dal modesto investimento iniziale di un milione di dollari per realizzare la prima stagione, Fred Armisen e Carrie Brownstein hanno voluto megalomanicamente regalarsi. La coppietta è alle prese con un’incessante, mastodontica, quasi schizofrenica e cubista opera di camuffamento e di scomposizione dell’allucinata realtà locale, lei che si traveste da uomo, lui che si traveste da donna, e viceversa, improbabili librai, irrecuperabili attivisti, generosi idraulici, lisergici ciclisti, vegani talmente vegani da fare il giro e aprire una macelleria, topini di fogna coi baffetti da sparviero che ovviamente sono hipster convintissimi anche loro, ecc. A volte viene da pensare “ah, finalmente un attore nuovo”, ma poi guardando meglio si scopre che è sempre uno di loro due, solo ricoperto da maggiori strati di trucco e da una parrucca ancora più sgargiante delle precedenti. Tutta questa frenesia nel travestirsi è quasi estenuante (avrà senz’altro contribuito il montaggio serrato e il fatto che mi sono sciroppato tutte le puntate in pochi giorni).

Benché la visione del mondo hipster venga perculata incessantemente su tutti i fronti senza trascurare nulla, anzi, toccando livelli di esagerazione quasi insopportabili perfino a gente come me, non siamo di fronte al solito facile sarcasmo da social network ai confini col bullismo nei confronti della preda attaccabile senza troppi sforzi. L’approccio del duo è meno direttamente aggressivo e più psicanalitico, sfaccettato e improntato a una peculiare sensibilità che è possibile cogliere solo attraverso la fruizione della serie, verrebbe da dire quasi un approccio esso stesso in parte hipster. Carrie e Fred – gli attori, o i personaggi, è uguale, non c’è differenza – sono buoni dentro, si vede, è gente che dal vivo probabilmente non ha mai nemmeno schiacciato una mosca (alla PlayStation magari sì) e che, tiro a indovinare, si sarà iscritta a qualche corso di teatro molti anni fa per vincere la nerdtimidezza, e poi si è lasciata prendere la mano. Sarà forse questo uno dei motivi, l’elevata dose di surrealismo poco mainstream, che hanno impedito alla serie di venire sdoganata nel nostro Paese? Anche il legame con la stramba e verdastra (nell’ottima sigla) Portland diventa, col passare delle puntate, sempre più un labile pretesto, aspetto che mi pare sia stato ufficialmente confermato in una recente intervista.