Il cast è ai massimi livelli possibili e immaginabili e fu un grande successo nel suo descrivere la depressione economica alla quale segue quasi inevitabilmente, come tutti ben sappiamo, quella umana, con le storie parallele che pian piano convergono in un dramma sociale più grande al quale ancora oggi non è stata data alcuna soluzione. Quello che vedo è gente che urla e litiga poco brillantemente, cosa ci sia di geniale o ammirevole, per esempio, in tutta la sceneggiata nella quale il marito furbastramente arricchitosi e la giovane moglie intenta a rotolarsi annoiata nei gioielli si rinfacciano peccatucci veniali comuni a qualsiasi coppia mi sfugge; la verità è che eravamo nel ’33 e, in una commedia destinata al grande pubblico, ci si accontentava di una descrizione didascalica e caricaturale dei rapporti umani, affinché gli spettatori meno pronti si immedesimassero o capissero quello che succedeva sullo schermo, senza tanti sforzi, traendone appagamento usa e getta. Poi, certo, povera Jean Harlow, così brava, carismatica e Art déco, la naturalezza quasi sovrannaturale della sua recitazione, uccisa in tenera età dal grillismo sanitario già imperante, ogni film con Jean Harlow andrebbe comunque visto e rivisto, perché le nuove generazioni, quantomeno, sappiano. Sì, è tratto da uno spettacolo teatrale, e quindi? Ma dai, il modo in cui all’amante dell’attore fallito viene comunicato che lui si è tolto la vita è una delle cose più agghiaccianti mai viste al cinema, e non solo (“Oh, sai chi è schiattato? Non te la prendere troppo sennò il babbo si arrabbia e poi sono casini, però”), la reazione non proprio credibilissima di lei, roba che se qualcosa di simile si vedesse ora in un film con la Arcuri sceneggiato dai Vanzina staremmo tutti a strepitare, affibbiando epiteti poco (?) cinofili, nel senso di Boris, invece siccome è un classicone d’epoca allora è ok, oh ma quant’è witty di qua e di là. Anche la moglie dello stimato medico che scopre le corna mentre lui è al telefono e ha una reazione amara fintamente rassegnata (passivo-aggressiva, come diremmo oggi, forse in modo improprio, sui social), altra scena sgradevolmente immersa in un certo manierismo affettato e in un sentimentalismo d’epoca che oggi si fa fatica a digerire. Condivido la critica secondo la quale sarebbe prolisso, alla fine lo sviluppo della maggior parte delle situazioni è intuibile fin dal loro inizio, rispondendo i personaggi, sia pure con aggraziata ironia, a dei telefonati stereotipi (la signora che organizza il pasto ci deve far vedere quant’è frivola a livelli insostenibili, l’attore vanesio caduto in disgrazia quant’è penosamente e irragionevolmente arrogante e immerso nei suoi ricordi ormai ben poco collegati alla stringente realtà fatta di conti da pagare, quelli che si sono rovinati con gli affari quanto sono sprovveduti, illusi e ingenuotti, ecc.).