Sarebbe ovviamente facilissimo spalare cacca a perdifiato (?) su questa celebre serie snocciolando le sue infinite incongruenze, i suoi marchiani e antiestetici errori – già il solo fatto che siano stati capaci di sbagliare sia l’anno di nascita sia quello di morte sulla lapide di Michael dà l’idea della sciatteria – ed evidenziando l’impalcatura fragilissima, quasi impalpabile e sempre sul punto di spezzarsi che regge il tutto. Ma nella vita, si sa, crescendo s’impara, forse, a tenere talvolta un atteggiamento obiettivo e meno furiosamente distruttivo, e a cogliere e ad assaporare anche i pochi ma decisivi aspetti positivi racchiusi in ogni opera generata dall’uomo e dal caos. In altre parole, è possibile che i tantissimi che sono rimasti incollati per novanta, lunghi episodi davanti alla TV a seguire le gesta, gli inseguimenti e gli scazzottamenti alla Bud Spencer e Terence Hill dei due fratelloni, così diversi eppure così legati tra loro e bla bla (siamo quasi in zona familismo amorale), siano tutti dei mollaccioni babbalei incapaci di reagire di fronte ai disgustosi stimoli propinati loro da Fox e Italia 1. Oppure. Come vado dicendo da sempre, l’importante è che funzioni, al di là delle forme ortodosse e dei manuali di stile. E Prison Break per un certo periodo ha funzionato parecchio bene, semplicemente perché la voglia di premere sul pulsantone luccicante che erogava la puntata successiva era selvaggia e quasi intrattenibile. Questo naturalmente vale per le prime due stagioni, ma io ci metterei anche la terza, che ancora regge alla grandissima perché c’è lo spunto base esotico molto interessante del carcere anarchico e puzzolente di Panama, tutta la varia umanità con appresso le sue storie da raccontare. E ovviamente la tensione sempre altissima per i nuovi, croccanti tentativi di evasione elaborati all’interno dell’imprescrutabile capoccia pelata del genio Michael (che ogni tanto mostra anche un po’ di umanità, fallendo miseramente per banali dettagli). A questo proposito, il carcere nello Yemen della quinta stagione mi pare un po’ un Sona dei poveri: sì, certo, lo scenario è in teoria molto diverso, la guerra, l’ISIL e tutto, però in sostanza Scheuring e compari cercano di rifilarci lo stesso, magnottiano elettrodomestico. Ma stavolta gli esce senza portello (sento che la Soncini non approverebbe tutto ciò), anche perché i nuovi personaggi introdotti a contorno sono appena abbozzati e poco interessanti, non hanno l’autorevolezza pervasiva dell’indegno boss della prigione panamense, o la sottile e indecifrabile viscidità di un Whistler. Se poi mettiamo costoro a confronto col penetrante carisma sprigionato da uno Stormare/Abruzzi, scelleratamente fatto fuori in modo ridicolo e inopportuno nella seconda stagione, beh, il crollo qualitativo della serie nel tempo è ancora più evidente.

Nella quarta, è innegabile, lo squalo viene prodigiosamente saltato con ampio spargimento di pseudoeffetti speciali e di espedienti trash da (tele)filmetto poliziesco dei più teutonici e dozzinali, quasi ai confini col videogioco, vedi i sei pezzi da rimettere insieme che fanno tanto Super Mario alla ricerca delle stelline perdute. Capiamoci, Prison Break è teoricamente tutta una cafonatona epica fin dai suoi primi vagiti, con Michael purtroppo messo nei panni dell’abusato nerd semidio tuttofare quasi onniscente (però anche tanto zenzibbbile, non è mica un T-Bag qualsiasi che se non spezza almeno un paio di colli al giorno va in crisi d’identità). Ma poi la menata del supermegatatuaggio della morte, che indubbiamente fa un sacco scena (tant’è che dopo essere stata abbandonata, suscitando anche qualche perplessità, vista la centralità che prima assumeva, viene ripresa nella quinta stagione; altro segnale della disperata carenza di idee che porta inoltre a inventarsi un Sucre nell’improbabile veste di marinaio a zonzo per il Mediterraneo col suo carico di troie gonfiabili, ciononostante prontamente arruolabile alla causa, e un C-Note ora nei saggi e riflessivi panni dello studioso convertito all’Islam e dotato delle conoscenze giuste; il tutto pur di buttarli in mezzo e riunire per qualche momento la “famigghia”, per la gioia nostalgistica dei fan). Insomma, l’idea che sul corpo del nostro depresso supereroe ci fosse tatuato tutto, anche la ricetta delle tagliatelle di nonna Pina e il nome del benzinaio sperduto nell’Illinois da contattare fuori dal carcere in caso di fallimento dei primi trentacinque piani di scorta, beh. Come dire. La sospensione dell’incredulità viene messa a dura prova fin dall’inizio. Poi a un certo punto è tutto un “ma se Tizio e Caia fino a cinque secondi fa si erano giurati odio eterno e stavano per impalarsi nell’olio bollente a vicenda perché ora sono superamiconi dei rispettivi cuoricioni?”. O “sarà la milionesima volta che Lincoln ha un cannone puntato alla capoccia o qualcuno che si impegna attivamente per cambiargli i connotati, non sarà un po’ troppo?” (fantastico comunque come la mamma lo schifi apertamente considerandolo un malriuscito troglodita che sottrae preziose risorse al suo capolavoro Michael). Per non parlare della gente che cambia schieramento random per improbabili motivi ogni venti minuti. Inutile dire che la scelta di resuscitare un personaggio in una serie dovrebbe costituire una decisione estrema, trattandosi di un mezzuccio notoriamente esecrato e ridicolizzato dai palati più raffinati, e non del tutto a torto. In Prison Break invece pare quasi essere la regola, si riprende da morte inevitabile persino Self, quasi per sport visto che poi il personaggio non viene più significativamente adoperato e viene pure messo subito “fuori uso”. Anzi, diciamola tutta, io se fossi uno che è morto in Prison Break senza essere stato poi resuscitato neanche una volta mi incazzarei di brutto con gli autori. Prendi il povero Bellick, altro gigantesco interprete dagli occhi perennemente arrossati e strabuzzanti, uno che nel carcere di Sona (ma pure a Fox River) avrebbe ucciso per una fettina impanata di culo di puro ergastolano, se lo trascinano appresso per un sacco di episodi quasi senza motivo, tanto perché è bravo e fa mucchio, poi in una botta di altruismo esagerato misto a nichilismo cosmico improvvisamente “decide” di sacrificarsi per il comfort degli amichetti. Davvero una svolta innaturale o quantomeno non adeguatamente preparata, troppo poco in linea con l’avido e brutale personaggio deliziosamente senza cuore ben costruito nelle prime stagioni.

Mi hanno segnalato un pezzo sulle sfighe di Michael Scofield: in sostanza, è raro trovare una serie caratterizzata da un costante e ininterrotto susseguirsi di eventi incredibilmente infausti che vadano tutti a funestare il protagonista, fin dalla sua più tenera età. Ovvio che sia questo uno dei motivi per i quali Prison Break è una serie tanto popolare: Michael è una specie di Paperino (o di agrimensore K.) intelligentissimo e altruista con i superpoteri. Il mondo è tanto ingiusto e severo con lui, la regia ce lo ricorda costantemente a suon di primi piani pensosi e sofferti del suo alter ego Wentworth Miller (naturalmente il fatto che costui sia particolarmente belloccio è di grande aiuto alla causa: in un globo più equo uno con degli ossicini così ben posizionati passerebbe le sue giornate spargendo festosamente il suo seme a destra e a manca, invece questo sta rinchiuso nelle peggio topaie a pigliare cazzotti e a risolvere livelli di The Incredible Machine). Ma, a differenza di Paperino (e credo pure di K.), ogni tanto Michael addirittura vince, e convince, prima dell’inesorabile sfiga successiva ancora più biblica delle precedenti. Alla fine per quanto mi riguarda anche il calo qualitativo incide fino a un certo punto nel godimento. Di Prison Break mi piace il soggetto originale (riproposto in varie salse nel corso delle stagioni). C’è un carcere, un microcosmo incredibile con tutti i suoi riti consolidati dal tempo, le sue dinamiche e le sue gerarchie particolari, gli speciali e talvolta inimmaginabili rapporti tra detenuti, guardie, mafie, capi vari (lascia il segno l’umanità, relativamente al contesto, di Pope, modellato a quanto si dice su un dirigente del Reading Gaol col quale Stacy Keach ebbe realmente a che fare). L’uomo (ma anche la donna, cambia poco, vedi quando viene ingabbiata Sara) subisce un definitivo abbrutimento, un po’ di maschere e sovrastrutture del mondo civile cascano e si punta decisamente al sodo, in primo luogo al soddisfacimento dei biechi bisogni primari. Un piccolo e in apparenza insignificante oggetto sgraffignato e difeso dall’ingordigia e dalla prevaricazione altrui, una foto stropicciata della fidanzata stuprata e semiammazzata ma rimasta fedele gelosamente custodita sotto al materasso, un tubetto di vasellina da usare prima che il compagno di cella pedofilo serial killer campione mondiale di pastasciutta decida che è giunta l’ora di dare sfogo ai suoi più bestiali istinti. È una vita nuova (beh, almeno per qualcuno), molto limitata, fatta principalmente da questi appuntamenti giornalieri. In tutto ciò l’evasione – e la conseguente fuga, con le corse nei campi, i cani, i telegiornali, le scenografiche taglie come nel Far West – costituisce innegabilmente un momento estremo di liberazione molto emozionante. Momento individuale ma anche collettivo, considerando l’interazione al pixel quasi giocosa necessaria tra i membri e il fatto che in tutte le evasioni (almeno quelle di Prison Break) il numero dei detenuti coinvolti finisca sempre per crescere quasi esponenzialmente. Ma poi Prison Break semplicemente lo si guarda per cercare di decifrare il senso delle pupille sconvolte e perse nel vuoto di Mahone, T-Bag che fa la danza sexy arrotolando la lingua quando minaccia qualcuno di guai irreversibili, quali mondi e fantasmi si aggirano da quelle parti.

Ah, non so se scopro l’acqua calda, ma ho la sensazione che Andrew Scott (l’osannato Moriarty di Sherlock) si sia studiato il Kellerman cattivo e teatrale di Paul Adelstein delle prime stagioni, stessa ostentata malvagità – enigmatica e paranoica, imprevedibile e terrificante – in certe pose. Ci vedo pure una vaga somiglianza fisica, ma, si sa, sono un pessimo fisionomista.

Immagine tratta da screencapped.net.