Lo sport futuristico ultraviolento mi affascina (anche quello non futuristico e non ultraviolento, certo, ma è interessante la possibilità di sperimentare gli effetti di regole balzane che altrimenti non otterrebbero mai l’approvazione dei parrucconi delle federazioni e delle ancora più noiose e poco fantasiose masse avvinghiate alla tradizione come le cozze sullo scoglio… ma che ti avvinghi, si può sapere?). È per questo che da adolescente consumai la mia videocassetta “artigianale” del classicone in questione: questi film nel profondo Sud non erano facili da reperire, andavano registrati di notte senza farsi scoprire, manco fossero pornazzi coprofili, beccando il punto di inizio quasi esatto, se Giusti al videocitofono col frame rate sballonzolante iniziava a sproloquiare troppo, o se Guzzanti nonno (all’epoca mio idolo indiscusso) si attardava un po’ con la trasmissione dei filmini ruspanti mandati dalla ggente – grande innovazione per l’epoca – era la fine. Poi, vabbè, il remake di John McTiernan non gliel’ho fatta, per intuibili motivi.

Rollerball viene oggi, ma anche ieri, considerato un cult movie, o comunque un film di un certo spessore culturale se vogliamo, ma questa cosa, pur da fan, non mi ha mai convinto fino in fondo (sì, lo so, contengo al mio interno una pluralità di punti di vista in brulicante conflitto tra loro, che ci volete fare, sono così). La distopia, a parte l’inserimento panem et circenses dello spot brutale per indicare la totale perdita di valori da parte di una società ormai allo sbando, non è poi neanche tanto originale, con le maligne multinaz… megacorporazioni d’ordinanza che regolano le esistenze di cittadini ormai privi di ogni scintilla, di ogni guizzo vitale (emblematica in questo senso la scena finale, nell’arena, con Caan sempre più spossato che giustizia controvoglia i motociclisti rimasti, e la rassegna dei volti pietrificati degli spettatori). Rollerball ha nei suoi limiti anche i suoi punti di forza, nel senso che alla fine rimane nel cuore forse ancora di più per i suoi difetti che lo rendono così peculiare. Un film del genere oggi avrebbe un ritmo molto più serrato, e ovviamente quelle che erano considerate scene di inenarrabile malvagità e cinismo stentano a colpire (ma anche una trentina d’anni fa l’impressione non è che fosse molto diversa, eh, fondamentalmente Rollerball, nonostante il suo spunto parzialmente innovativo, è un po’ un film “nato vecchio”). Il bello dell’opera sta nelle piccole cose, i font (anzi, il font, immutabile), i colori, le tutine, le scenografie, le foreste in fiamme, le piastrelle bianche da vecchia palestra dove i giocatori fanno cameratescamente la doccia, la scelta startrekkiana inneggiante al multiculturalismo di mettere i personaggi afroamericani e quelli asiatici sullo stesso piano dei bianchi. S’intravede meticolosità, cervelli all’opera, c’è tutto un lavorone dietro. Soprattutto le atmosfere squisitamente oniriche e ovattate, così piacevolmente anni Settanta. La stessa idea, se ci si pensa forse un po’ pacchiana, di spacciare sfacciatamente come edificio futuristico e sede della Energy Corporation il quartier generale della BMW di Monaco, allora appena costruito, o la scelta della musica classica (se tale si può definire l’Adagio di Albinoni, che di Albinoni non è), come allora era in voga, 2001: Odissea nello spazio, ecc. La musica classica è immortale, è il passato, ma ancora di più è il futuro, noi siamo dei geni ad averlo intuito, ‘na roba del genere, un po’ spocchiosa, pretenziosa insomma.

Fondamentalmente il film si divide in due fasi, in continua alternanza tra loro: le scene d’azione, comunque ganze, e quelle diciamo d’indagine, nelle quali il giganteggiante James Caan cerca faticosamente di capire, di mettere insieme il puzzle, pezzo dopo pezzo. “Americane” le prime, con pretese e ritmi da film d’autore europeo le seconde, obiettivamente e sostanzialmente talvolta un po’ goffe e vacue. Il problema non è tanto la lentezza, ma la lentezza inutilmente laboriosa e fine a se stessa, priva di chissà quali spunti e significati, di queste fasi. Rendere sempre più pensoso e riflessivo Caan man mano che il film avanza e le corna sul suo capo aumentano non basta a conferire automaticamente spessore e a produrre magicamente i contenuti mancanti. Ma, come detto, tutto ciò conta fino a un certo punto, Rollerball ha una sua peculiare coerenza stilistica ed estetica, in altre parole Jewison è riuscito a confezionare splendidamente un mondo, più che un mondo un’affascinante prigione, nella quale è piacevole farsi ingabbiare ogni tanto per un paio d’ore.