San Andreas è un film di un’inespressività rara e sconvolgente, sembra impossibile che sia stato sfornato un mockbuster a esso ispirato in grado di risultare perfino più insopportabilmente nauseabondo, e di molto. Eppure Dwayne Johnson, con i suoi arguti pettorali e l’intensità rassicurante del suo sguardo, o il sintomatico mistero dei suoi generosi occhiali da sole, è uguale, sembra una persona seria, una dalla quale acquisteresti SUV usati a ripetizione ogni giorno senza neanche farli vedere all’amico che ne capisce, chissà perché poi accetta questi copioni (saranno i soldi? mah, che vai a pensare) e ti propina queste sòle micidiali. All’inizio San Andreas pare banale (subito una che esce di strada e si va a spaccare la testa) ma neanche tanto terribile, dopotutto è un film catastrofico – non si ricordano molti brillanti esponenti del genere, eppure il tema è affascinante, le paure ancestrali nascoste dentro ciascuno di noi, la natura malvagia e insensata distruttrice anziché, come da retorica, saggia e benevola dispensatrice di salutari e gratuiti prodotti bio, il voyeurismo che ci spinge a cercare le decapitazioni dell’Isis su Google come se fossero pornazzi, insomma, secondo me non sconfinare nel trash è difficile ma non del tutto impossibile. Quegli elicotteri che ronzano, ronzano, ipnotici, inquadrati dall’alto, di fianco, la musica magniloquente, l’uomo sembra tutto sommato ancora mantenere il controllo della situazione, e Brad Peyton quello del suo film.

Le fin troppo prevedibili scene di distruzione in grafica computerizzata saranno pure grandiose, strade che si piegano, edifici friabili come grissini, esseri umani ingoiati come panini imbottiti di Poldo Sbaffini dal nulla che si spalanca maleducatamente senza preavviso. Ma nella loro ostentata e muscolare artificiosità hanno qualcosa di intrinsecamente disgustoso, lontano dalla spontaneità che si vorrebbe richiamare, quella del fanciullino intento a devastare con stupore tutta la sua costosa collezione di giocattoli. I dialoghi sono probabilmente i peggiori di sempre e sembrano scritti al cesso dal summenzionato pargolo, cioè colui che probabilmente ha avuto anche l’idea di imperniare la storia sulla famigghia, la coppia è in crisi ma le difficoltà e l’ignoranza mista a squallore nel conversare la uniscono, sullo sfondo l’ovvio lieto fine e la bandiera americana regolamentare che svetta più forte di tutto, delle macerie infinite, dei corpi imbruttiti, delle cagate tragicamente propinate.