Il film, riesumato da Guido Vitiello del Foglio, uno dei tre garantisti in servizio permanente effettivo che ci credono veramente e non lo fanno tanto per paraculaggine o per interesse, è tornato prorompentemente d’attualità per le tematiche trattate (il M5S che confonde la realtà con Minority Report e vuole mettere gli agenti provocatori, o più probabilmente lo dice per far aumentare la già copiosa salivazione dei quadrupedi con l’abbonamento al Fatto; l’inchiesta sui rifiuti campani di Fanpage.it, che zitta zitta, a botte di clickbait, parabuongiornissimi e meme binbominkieski, ha strasuperato pure La Repubblica in quanto a utenti unici e soprattutto pagine viste in app browsing su Facebook – prima volta che una testata nativa digitale, di un editore esclusivamente web, ha tanto peso in una campagna elettorale – e ora si è messa a dettare l’agenda politica nazionale)(pensate come stiamo messi). Va bene, avete ragione voi, non siamo ai livelli di Herzog, e nemmeno di Monicelli, proprio no. È trash vintage che si guarda per curiosità storica (magari l’avevo anche già intravisto, ma avevo probabilmente cinque anni ed ero troppo ipnotizzato dalle smorfie del Jerry Lewis siculo per seguire la trama). Perché comunque queste commedie sgangherate restituiscono a modo loro, pezzettino per pezzettino, quel puzzle di intensi sapori e odori di un’Italia che non c’è quasi più (di una visione di quell’Italia). E ovviamente per smisurato affetto nei confronti di Franco e Ciccio. Che potete dire quello che volete. Ma. Mettiamola così, se alcune gag avessero tempi “più moderni” e accettabili l’insieme sarebbe già più godibile (una scena su tutti: quella della sauna nella palestra, già e scritta e pensata male, senza spunti comici di rilievo, poi la trascini pure per qualche minuto, invece di farla esaurire nei pochi secondi necessari a mostrare Franco che interagisce con i macchinari sfoggiando l’arguzia di un macaco e la prevedibile reazione della tizia). Anche il capo pedante di Ciccio è davvero una pallazza al piede micidiale.

L’idea di base, così balzana e postmoderna (?), però è stuzzicante, loro che se ne vanno in giro nelle case a torchiare la gente (i malefici ricconi evasori affamapopolo, Guerrini era un comunista, di quelli così), inconsapevoli della totale illegalità del loro agire, di quanto sia apertamente poco plausibile tutto ciò. Insomma, è un po’ una trama da fumetto Bianconi. Se solo Ingrassia potesse accedere a quella scatoletta di spinaci. Perfino il fresco vincitore della lotteria viene descritto con un incallito evasore (ma poi ‘ste vincite non sono nette? Vabbè, chi se ne frega di questi noiosi dettagli, la lotteria di Capodanno nell’immaginario dell’italiano medio dell’epoca era il non plus ultra, vedi anche Tutti possono arricchire tranne i poveri, il romanzo, quindi bisognava mettercela). Piace dopotutto l’ingenua e pittoresca veracità della rappresentazione, la deriva popolana ai confini col più sbigottito qualunquismo. L’umorismo sprigionato dalle automobiline d’epoca che sbuffano impegnate in ardite salite e audaci inseguimenti per bloccare malfattori improbabili. Le parti migliori (le meno peggio, famo, via) sono quella iniziale, fino a Banfi, diciamo, quando ancora il fresco spunto di partenza fa sperare in un’opera dalle dimensioni magari un po’ troppo artigianali ma divertente, nella sua ruspante vitalità; e poi tutto lo sbocco onirico verso la fine (duelli in costumi storici, Franco agghindato da selvaggio, ecc.), inserito come tentativo di sparigliare un po’ e di risvegliare l’incolpevole spettatore, insieme al colpo di scena del nipote capellone drogato pasticcione che diventa il sospettato numero uno. Noiosette, ma abbastanza psichedeliche anch’esse, le scenette con la mucca (Atom Heart Mother è del ’70, il film del ’71… Che i Pink Floyd abbiano influito, domanda retorica?).