Tamara Drewe è una commedia campestre, anche se a un certo punto uno dei protagonisti muore spappolato nel corso di un alterco, e allora lo spettatore medio forse ci rimane un po’ male, ma poi torna improvvisamente il buonismo quindi è ok. Tamara Drewe è un film tipicamente british, infarcito di umorismo leggero, dialoghi semiarguti e petulanti scrittori, ma se Gemma Artertonfossero stati impiegati del catasto o cazzivendoli falliti non sarebbe cambiato poi molto. Tamara Drewe è Gemma Arterton in hot pants e dieci chili in più, quasi irritante nel suo mentire e fare la civetta con tutti i libertini che le capitano a tiro (son tutti libertini con il matrimonio degli altri). Nella sua incapacità atavica di sfoggiare una personalità poi così definita, o interessante, alla ricerca di un centro di gravità permanente, o probabilmente solo di peni sempre più grandi. Tamara Drewe è un fumetto, pardon, una graphic novel disegnata da Posy Simmonds, un’amica del regista Stephen Frears, ispirata a “Via dalla pazza folla” di Thomas Hardy, che va assolutamente letto altrimenti. Tamara Drewe è una storia di tradimenti nell’annoiata e sonnolenta borghesia radical chic già vista e perculata mille volte, ma stavolta è diverso. Tamara Drewe è la solarità sculettante del personaggio dipinta su di un placido sfondo fatto di alberi, bovini, colline, calma apparente, adolescenti già vecchie comari bavose petulanti, ombrose caricature (ancora più dementi) di Morgan dei Bluvertigo, giardinieri di fiducia superdotati di umanità.