The Mary Tyler Moore Show, ovvero gli anni Settanta che prendono e si fanno sitcom, i colori solari e un po’ pazzi e tutte le eccentricità del periodo nei vestiti di Mary, sempre elegantissima e bellissima con quel trucco che mette in risalto gli occhioni da cerbiatta, sempre conciata in modo diverso non ci si crede, le camicie improbabili di Ted e Murray, l’arredamento pacchiano e un po’ hipster del monolocale di Rhoda, il modernariato degli uffici, con la macchina da scrivere ancora indiscussa protagonista (nessuno sospettava che). All’epoca era percepito quasi come inaccettabile che qualcuno potesse decidere di andare a vivere da solo a una certa età, senza cercare affannosamente moglie o marito, marito soprattutto, per rispondere alle pressanti richieste della società in questo senso (il “quando ti sistemi?” tanto diffuso nella nostra cara Italia meridionale). C’era bisogno di una sitcom di grande successo che affermasse questo inderogabile principio, ebbene sì, una donna ultratrentenne può legittimamente andarsene a vivere sola soletta in una grande e fredda città come Minneapolis, rifiutando fidanzati su fidanzati, perché troppo bassi, o perché troppo scemi, o perché troppo boh, e ciononostante essere competitiva e affermarsi almeno un po’ nel frenetico mondo del lavoro e sentirsi felice (Mary che roteando su se stessa per la gioia provocatale probabilmente dal milionesimo due di picche rifilato lancia il cappello in aria tra la folla nella sigla, a proposito, non si capisce perché abbiano cambiato quella della prima stagione, perfetta sia dal punto di vista dell’arrangiamento musicale sia da quello del montaggio). E poi, vabbè, nel telefilm c’è Lou, il capo pratico e burbero ma in fondo (molto in fondo) dal cuore d’oro, cuore che credo emergerà maggiormente nello spin-off eponimo, che sarebbe la migliore macchietta mai vista in una serie TV se non ci fosse lui, Ted – con le sue facciotte buffe, la sua voce profonda finta come una moneta da sei euro e mezzo e le sue cazzate da zio americano spavaldo, mitomane ma sostanzialmente tonto e semifallito dentro, essendo l’imbranato conduttore di un TG in una scalcinata televisione – che è ben oltre, e da solo è motivo più che sufficiente per sciropparsi tutti e centosessantotto gli episodi. Più e più volte. Un articolo su Vulture prende giustamente in esame alcuni episodi insoliti, che emergono dal mucchio non per via delle ilari gag in essi presenti. Spicca la puntata nella quale Rhoda decide ostinatamente di non parlare alla mamma arrivata in gita premio, puntata fortemente osteggiata dalla CBS (temendo che tale situazione paradossale non fosse capita e non divertisse il pubblico, aaaah, ma come, che maleducazione, queste donne moderne irriconoscenti verso i loro genitori, scantalo) e altrettanto fortemente voluta dagli autori, alla fine come compromesso fu messa in onda come sesta, anziché subito dopo il pilot. E l’episodio nel quale Mary, tremando di sdegno, viene a sapere che il suo predecessore percepiva un salario più alto in quanto uomo e Lou papale papale, trolling level over 9000, replica che era giusto così perché aveva una famiglia sul groppone da mantenere, lui. Da cose come queste si percepisce quell’imperdibile retrogusto che permea il telefilm, l’afrore delle grandi battaglie sociali che proprio in quegli anni ecc.