Spionaggio. Intrighi internazionali dalle proporzioni quasi jamesbondiane (anche se in realtà l’influenza di Tom & Jerry – questa è sottile – pare quella realmente preponderante). Bugie, tradimenti, segreti, i soliti sospetti. Persone particolarmente malvagie e senza scrupoli che si spacciano per altre persone, amanti queste della pacenelmondo e dell’autotassazione per favorire le cause più nobili. The Night Manager si mostra elegante e raffinato, in maniera piuttosto compiaciuta (lo sfarzo ostentato degli interni e delle feste mondane, le sequenze silenziose con i veicoli che procedono inquadrati dall’alto, da lontano, per creare sintomatico mistero, l’ammiccante motivo mediorientaleggiante principale, che però non ha fatto molta breccia in una personcina come me, sempre pronta a sciogliersi al cospetto dei motivi più ispirati appartenenti a questo filone musicale). Ha vinto fior di premi. Ma soprattutto è della BBC, basta la parola, quindi apparentemente al di sopra di ogni sospetto. C’è Hugh Laurie, e a Hugh Laurie, beh, che gli vuoi dire. Specie quando interpreta uno stronzo, la sua specialità. C’è l’uomo che fugge dal passato tormentato, e l’uomo che fugge dal passato tormentato in un thriller così, classico, ci vuole, ci sta come la sborra sui maccheroni. Specie quando costui si presenta bene, ha un bell’aspetto, e tromba inevitabilmente come un riccio, quasi contro la sua volontà, costretto dagli eventi. Dopo un po’ sono caduto in letargo, ma all’improvviso, verso il penultimo episodio, il risveglio, perché non si sa mai, vediamo come va a finire. Surreale lo spettacolo della guerra costruita e pilotata come un videogioco, direi dei più gradassi e pirotecnici. Scena pure un po’ finta, se vogliamo, ma, a parte le belle facce, il lusso e le piscine per ammazzarci la gente non è che rimanga molto altro da ricordare. Vabbè, ma che c’è da dire? Parliamo appassionatamente di le Carré, come in alcune recensioni in inglese, sviscerandone il contributo? Ma veramente fate? Se in Italia creano una miniserie TV del genere la chiamano, chessò, Le avventure del poliziotto Carmelo, Franceschini obbliga Netflix a passarla per spezzare le reni al telefilm straniero invasore e viene fuori una roba talmente piatta e insignificante che fa il giro e la gente la guarda in massa, in un proliferare di hashtag e battute pseudosalaci su Twitter. Alla fine questo è un poliziotto Carmelo angloamericano e straingolfato di anabolizzanti che ce l’ha fatta, mero intrattenimento di routine, o poco più, sia pur formalmente di alto livello.

 

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