“Sono alla nona puntata di The Walking Dead e già mi stanno tutti sul cazzo, per la settima stagione (se ci arrivo, ne dubito) prevedo starò lì con sciarpa, striscioni e trombetta stile Curva Sud a fare il tifo sfegatato perché gli zombie organizzino un’edizione di MasterChef con gli umani come pietanze”.

Questo status alla fine era troppo severo. È innegabile che The Walking Dead sia ignorante, nel senso che ignora, e ripetitivo, nel senso che alla lunga du’ palle così inevitabilmente le farà. Ma ha successo non per caso, bensì perché è quello che la gente vuole, che io stesso probabilmente bramo senza nemmeno saperlo, gli zombie tirano sempre, come le tette, non stancano mai. Basta metterli, aggiungendo al tutto professionalità e una patina superficiale di tensione, e funziona. E ovviamente vanno tirati giù, in grosse quantità, senza andare tanto per il sottile. Pronti, partenza, via, è subito il campionato mondiale dell’abbattimento dei buffi camminatori ostinati e numerosi ma poco sagaci. Che sia così piatto e che lo schema non subisca ogni tanto qualche impercettibile variazione a ben guardare non è manco vero, ci sono le dinamiche interne al gruppo – certo, quando non sconfinano nella soap opera – che lo rendono quel minimo interessante, ognuno si piglia la sua (non imprevedibilissima, ci mancherebbe) parte e la porta avanti. Lo psicopatico pragmatico cornificatore che però va fuori controllo per troppo pragmatismo e allora il semipsicopatico buono cornuto è costretto purtroppo ad ammazzarlo, ovviamente dispiacendosene tantissimo, per salvaguardare il gruppo; l’idealista contadino inside che vuole salvare gli zombie nel capanno perché dopotutto sono criature d’iddio e magari si trova la cura che vede la luce e diventa pragmatico; l’altro idealista più lucido e grande oratore che ricorda che sì, l’importante è sopravvivere, ma se poi non si resta umani, come Vik, Pertini e Jim Morrison dicevano sempre, che te ne fai; il bambino petulante cacacazzi che fa il bambino petulante cacacazzi (almeno uno ci deve stare per contratto, a rappresentare quel piccolo spiraglio che resta aperto sul futuro, un futuro migliore pieno di bambini petulanti cacacazzi, com’era una volta); le tizie svenevoli che bramano nichilisticamente la morte perché tanto ormai che vuoi vivere in un mondo così, e allora qualcuno le deve convincere, ecc.

Uno dei migliori momenti si ha quando fucilano ben benino tutti gli zombie del capanno e poi esce, sola soletta, la bambina perduta, zombificata, i realisti ci restano male cinque secondi perché la loro filosofia ne esce chiaramente sconfitta di fronte al gruppo, che li giudica, silenzioso ma implacabile, comunque subito viene seccata anche lei e bon, si passa avanti, come in ogni sano FPS che si rispetti. The Walking Dead è una metafora della vita, appena credi di aver risolto un problema non fai in tempo a goderti quel po’ di sano e meritato relax ché subito se ne ripresenta un altro. Solo che nella vita i problemi un po’ variano, all’improvviso conguaglio del gas formato campo di sterminio segue il tubo del bidet che decide di esplodere nottetempo o lo svegliarsi la mattina con le scorte di caffè esaurite, qua generalmente sono sempre zombie che si susseguono stancamente a quelli appena sterminati, con sempre maggiore e splatteroso sfoggio di prontezza nonché di preparazione paramilitare anche da parte del gentil sesso, inizialmente un po’ schivo (oh, ma quante cacchio di comparse avranno dovuto istruire a zoppicare e tutto? devo trovarmi qualcosa da leggere sulla realizzazione di questa roba). Poi c’è la sigla. Sì, lo so, lodo spesso le sigle delle serie TV. Ma questa merita veramente, per l’inquietudine da supermercato che magneticamente trasmette. Melissa McBride non la reggo, è l’inutilità (il personaggio, ma anche l’attrice, biascica e non si capisce un cazzo); Jeffrey DeMunn grande soprattutto mentre schiatta, a occhi spalancati, barbazza incolta e dentoni gialli, con quell’espressione indecifrabile, dopotutto ancora attaccato alla vita e alla pensione statale nonostante ogni evidenza e la panza dilaniata; Andrew Lincoln sempre con quella faccia da struzzo ubriaco che fissa strabicamente la telecamera (penso primo risultato su Google Immagini) per sottolineare l’alienazione/disperazione o l’e mo’ che cazzo faccio assoluto; ma il migliore di tutti ovviamente resta Jon Bernthal, sempre bisunto e su di giri, la perfetta e insostiuibile incarnazione dell’esaltato guerrafondaio postapocalittico.